mercoledì 10 dicembre 2008

Tonti auguri

Carissimi miei quattro lettori,

gli anni passano, le mamme imbiancano, i padri stuccano ed i nonni sistemano gli infissi.

Insomma, il tempo passa e gli aggiornamenti del blog si fanno sempre più radi. Le feste incombono, ma soprattutto incombe LA natività.
Ho come l'impressione che per parecchio tempo avrò altro per la testa che non aggiornare il blog ed esternare le mie elucubrazioni. D'altra parte, però, negli ultimi giorni ho avuto modo di riprendere in modo consistente la lettura dei buoni vecchi cari libri (di alcuni dei quali ho anche postato brevi recensioni su aNobii), cosa che fino ad un paio di settimane fa ritenevo assolutamente impensabile, quindi "mai dire mai": ultimamente si stanno verificando cose del tutto inaspettate e con un ritmo vieppiù incalzante.
Cosa sarà di me fra una settimana? Non lo so, ma perché disperare? Anzi, rispetto ai mesi passati l'umore è decisamente più alto. Merito forse anche del fatto che ho preso ad andare in ufficio in bicicletta, guadagnandone in attività motoria ma soprattutto evitando buona parte del traffico quotidiano che tanto riesce a stressarmi.


Per il momento vi lascio con i miei auguri per le feste in arrivo e con una chicca recentemente installata nella stazione di Firenze Santa Maria Novella.

Guardate che bel divietino:

Vietato fumare nella stazione

E indovinate un po' dove l'hanno messo?

palo

palo

ancora palo

ancora palo

Posacenere futurista

Su di un posacenere!!!

Fra l'altro in tutta la stazione sono appena stati installati i cestini per la raccolta differenziata di carta e plastica. Operazione meritoria ma non priva di pecche: a parte il fatto che sembrano tante gabbie da tortura,

povero cristo

ma, in particolare, su ciascuno di essi è installato un ulteriore posacenere!

Della serie: "Sarebbe vietato fumare, ma sappiamo bene che non rispetterete il divieto, quindi per lo meno buttate le cicche negli appositi contenitori!"


Alla prossima (quando sarà, sarà)!

lunedì 1 dicembre 2008

Vatti a fidare


Siamo in periodo da vaccino antinfluenzale. Pare che quest’anno l’influenza “sia tanto brutta”, almeno così si dice in giro. Il Ministero ha già preso tutte le misure che ha ritenuto opportune e consiglia il vaccino a tutti quelli che se lo possono permettere: non solo lo passa gratuitamente ad una quantità impressionante di categorie, ma lo consiglia anche a tutti gli altri. I medici di famiglia fanno altrettanto. I telegiornali martellano ossessivamente in tal senso.

Anch’io mi sono posto il problema: sarà il caso di vaccinarsi o no?
Quest'anno ho un motivo speciale per pormi questa domanda.
Fra l’altro, pur non facendo parte delle categorie indicate dal ministero, fortuna vuole che io possa vaccinarmi senza spese. Allora per quale motivo traccheggio? Lo consigliano tutti ed è pure gratis…

Il problema è che io sono per vocazione un bastian contrario. Se c’è una cosa che piace a tutti, a me difficilmente piacerà. Se c’è una cosa che tutti fanno, difficilmente avrò voglia di farla anch’io.
Un altro problema è che sono anche un gran malfidato, un “santommaso”, uno che non si lascia convincere facilmente.
Mettete insieme queste due cose ed ecco cosa ne viene fuori: più insistete a dirmi una certa cosa e meno vi crederò. Se poi siete particolarmente insistenti, comincerò a pensare che mi volete fregare!

Allora, visto che tutti sono d’accordo sul vaccino, io mi metto sulla difensiva e comincio a rimuginare sul fatto che le aziende farmaceutiche, si sa, sono intrallazzate con politici, baroni e giornalisti. Che fanno un sacco di “regalini” anche ai medici generici, invitandoli a partecipare ai loro congressi a Courmayeur o in Costa Smeralda. Che sono più interessate al fare profitti che non a guarire la gente. Che magari glissano sugli effetti collaterali o che fanno analisi finanziarie confrontando i loro guadagni con i risarcimenti che devono dare alle loro vittime.
Come fai a fidarti, allora?

Ed il mondo dei medicinali, pur essendo un caso esemplare, non è certo l’unico. Anzi, è vero proprio il contrario: ormai su qualsiasi argomento si sono formate scuole di pensiero contrapposte che con la stessa forza e la stessa convinzione sostengono le proprie “verità inconfutabili”, ma che si contraddicono vicendevolmente.
Come fanno ad avere ragione tutti quanti? Qualcuno per forza ci sta propinando robaccia, ma chi?
Come si fa a stare tranquilli?

Ma per tornare al punto di partenza, il vaccino antinfluenzale fa bene o fa male?
A questo punto qualche persona ragionevole potrebbe dirmi che la verità sta nel mezzo, che il mondo non è in bianco e nero ma ha infiniti colori e sfumature. Si, ok, lo penso anch’io, però uno deve pur decidere in qualche modo, no?
Che faccio? Mi vaccino o no?

Vi risolvo subito il pathos dell’incertezza: io per quest’anno mi sono vaccinato.
Un po’ a malincuore, lo ammetto, ma l’ho fatto. Avevo le mie buone ragioni per pendere da questo lato della bilancia, e non c’entrano niente con tutte le affermazioni del Ministero della Sanità, dei telegiornali e dei medici più o meno famosi: quest’anno ho a cuore che la mia camera da letto resti libera da virus il più possibile, almeno per i primi mesi.
D’altra parte, mi sono detto, con tutte le schifezze che ci fanno mangiare e respirare tutti i giorni, non sarà una singola puntura di vaccino a fare la differenza... almeno spero!


E’ anche molto probabile che, in perfetta contraddizione con tutte le raccomandazioni arrivatemi, l’anno prossimo io non ripeta questa esperienza. Ma ci penseremo fra un anno...

Per concludere vi segnalo gli unici due siti internet che ho trovato che parlassero degli effetti indesiderati e delle controindicazioni del vaccino antinfluenzale: la farmaceutica Angelini (più pacato) ed il sito Eurosalus (decisamente più preoccupante).

D’altra parte sul business dell’influenza c’è talmente tanto da mangiare, che Google (il candidato Grande Fratello degli anni 2000) ha pensato bene di farci su un monitoraggio speciale. Leggetevi la segnalazione del Disinformatico e poi non mancate di consultare il sito apposito di Google: Google Flu Trends.


Incrociamo le dita e tiriamo avanti…

giovedì 13 novembre 2008

Parolacce svedesi e parabole romane

Mjolnir: il martello del dio Thor
Stamani, sull’autobus, sono venuto a conoscenza del fatto che esiste un Ufficio del Difensore Civico presso la Regione Toscana. Non ne avevo mai sentito parlare prima.

Sulla pubblicità (sì, l’ho scoperto perché ne parlava una locandina pubblicitaria) c’è scritto: “Il Difensore Civico della Toscana può aiutarti a difendere gratuitamente i tuoi diritti nei confronti della Regione, dei Comuni, delle ASL, degli altri Enti Pubblici e dei Gestori di Pubblici Servizi. Non può intervenire in questioni tra te ed un altro cittadino, può agire solo quando la questione riguarda te e gli Uffici Pubblici.”

Curiosamente, la mia prima reazione non è stata: “Che bello! Un patrocinio gratuito per le beghe con gli uffici pubblici!”. No, al contrario, è stata: “Ma che paraculata! Uno che dovrebbe difenderti dalla pubblica amministrazione ed il cui stipendio è pagato proprio dalla pubblica amministrazione!”
In alcuni casi questa cosa si chiama “conflitto di interessi”...

Sono andato sul sito internet del difensore civico ed ho visto che questo incarico è solitamente rivestito da personaggi importanti: professori universitari, politici, un ex sindaco. Ho visto anche che questi signori di solito finiscono per avere a che fare con l’EOI, l’Istituto Europeo dell’Ombudsman. La mia scimmiesca curiosità mi ha portato a chiedermi “che cacchio è un ombudsman?” e ovviamente mi sono anche dato una risposta (cercando sempre su internet): “ombudsman” è una locuzione svedese che viene usata correntemente per definire i difensori civici e che significa letteralmente “uomo che funge da tramite”... un mediatore... o un mezzano?

Come per incanto mi è tornato alla memoria un concetto dimenticato fin dai tempi delle scuole: il tribuno della plebe. Ho dovuto fare qualche ricerchina per rinfrescarmi le idee ed è saltato fuori Menenio Agrippa.

Menenio Agrippa forse non è mai esistito ed è un personaggio immaginario, una metafora, una leggenda inventata da Tito Livio... o forse è esistito davvero come ci è stato raccontato... ma sta di fatto che incarna proprio la figura dell’ombudsman come l’ho immaginata io.
Menenio Agrippa, secondo Tito Livio, riuscì a fare un figurone durante una rivolta dei plebei romani.
Prima andò dai senatori (i politici) a dire che ci avrebbe pensato lui, poi andò a parlare coi rivoltosi (la cittadinanza) e li condusse a più miti consigli raccontandogli una bella favoletta sul fatto che loro, senza i patrizi contro cui si stavano ribellando, non sarebbero andati da nessuna parte. I plebei, che in quanto poveri ed ignoranti erano anche dei coglionazzi, si sarebbero bevuti la favoletta e sarebbero tornati di corsa al lavoro, salvo il fatto di aver conseguito una piccola vittoria: l’istituzione dei tribuni della plebe.
E chi erano i tribuni della plebe? Degli ombudsman ufficializzati. Difendevano i plebei dai patrizi ed erano intoccabili (nel senso di “non perseguibili”).


Leggendo tutto questo discorso non vi è venuto in mente il sindacato?

Il sindacato dovrebbe essere un organismo dei lavoratori che nasce per coordinare l’azione e difendere i diritti dei lavoratori nei confronti del padrone. Ma cosa è successo da che mondo è mondo e da che esistono i sindacati? Che il sindacalista, a forza di frequentare il padrone, comincia a pensare come lui, ad ottenere dei privilegi, a simpatizzare per l’altra parte o, se volete, a diventare “consapevole” delle “difficoltà” del gestire un’azienda e comincia a volerlo fare lui, a dire al padrone come migliorare la produttività, anche se a scapito di qualche lavoratore che perde il posto (ma sempre meno di quelli che sarebbero stati licenziati se il padrone avesse avuto mano libera!!!).
Insomma, il sindacalista, come un parassita, si inserisce nell’organismo simbiotico lavoratore-padrone (un po’ come erano simbiotici plebei e patrizi secondo Agrippa), del quale comunque non fa parte (perché non lavora e non è padrone di niente) e dal quale succhia linfa vitale che lo rende sempre più potente e grasso. L’unico compito che deve assolvere per gonfiarsi il ventre è di fungere da mediatore (ops!) fra queste due entità, ovviamente a titolo monopolistico. Guai se i lavoratori si rappresentassero da soli (tipo sindacati di base, avete presente? Quelle cose strane dove i rappresentanti sindacali sono anche lavoratori e sottoposti al controllo dei loro colleghi affiliati che li hanno eletti) o se il padrone prendesse accordi direttamente con loro.


Ma prendiamoci un istante per assaporare una gustosa metafora...

Si dice che un martello sia solo un utensile: a seconda di chi lo usa e di come lo usa, può fare il bene o il male, può costruire una casa (metafora un po’ all’americana, visto che loro hanno tutte case di legno costruite dai carpentieri) o spaccare una testa.

un martello è un martello è un martello...
L’ombudsman è come il martello: può rappresentare giustamente gli interessi del cittadino / lavoratore / consumatore, oppure può fungere da cuscinetto ammortizzatore per quei poteri (stato / azienda) che ne hanno bisogno per mantenere il controllo della situazione.

Se un difensore civico è un politico stipendiato dalla Regione, di chi farà gli interessi? Dei cittadini? O degli apparati?
Se un sindacalista è una persona che non lavora più da 20 anni, che vive di rendita facendo il mediatore, di chi farà gli interessi? Dei lavoratori? Della classe dirigente? O semplicemente di se stesso e della propria categoria?
Menenio Agrippa era un plebeo? E faceva gli interessi dei plebei? Pare che sia stato console, cioè una cosa tipo “capo del governo” (i consoli erano due e comandavano su tutto). Aveva in mano tutta Roma... è possibile che fosse un poveraccio e che parteggiasse per i poveracci?
I tribuni della plebe dovevano essere plebei di nascita, ma c’era la fila di patrizi vogliosi di ricoprire quella carica (che aveva un certo potere, per esempio potevano condannare a morte chi interferiva con lo “svolgimento” delle loro “mansioni”, scusate se è poco!) disposti a farsi adottare dalla serva pur di farsi nominare tribuni. E lo facevano! E poi dicevano di difendere la plebe mentre difendevano i propri interessi e quelli della loro casta...


Ed ora un breve excursus fuori tema (ma non troppo)...

Qualche anno fa ho sostenuto un esame universitario di Economia ed Organizzazione Aziendale. Nelle slide del professore si sosteneva con disarmante lucidità una insanabile dicotomia.
Il padrone d’azienda “vecchio stile” è quello più interessato a far funzionare l’azienda, perché gode direttamente degli utili, ma non può farla crescere oltre un tot perché non dispone di mezzi sufficienti e non ha una preparazione manageriale adeguata. Tale crescita invece può essere realizzata da una Società per Azioni che raccoglie molti più soldi di quanti possa averne l’imprenditore ed è gestita da manager professionisti molto più competenti di gestione aziendale dell’imprenditore stesso. Però, questi manager, finiscono solo per interessarsi dei loro bonus e dei privilegi del loro incarico, finendo per diventare a loro volta un ostacolo al buon funzionamento dell’azienda.
Non fatichiamo a crederlo, guardando quanti Amministratori Delegati in Italia fanno il giro da un’azienda all’altra prendendo gratifiche allucinanti che da sole potrebbero ripianare i buchi (sempre più ampi) delle aziende da loro amministrate.


Per concludere, qual è la morale della favola?
In un mondo perfetto c’è dignità, ci sono valori, ci sono ideali, c’è correttezza, c’è collaborazione. In un mondo perfetto il martello serve solo a costruire case.
In un mondo imperfetto il martello rompe anche qualche testa, il difensore civico fa qualche favore all’amministrazione pubblica a scapito del cittadino, l’ombudsman si piglia qualche regalino sottobanco dalle aziende, il sindacalista tiene buoni i lavoratori mentre patteggia i suoi interessi col padrone, i manager fanno colare a picco le aziende beccandosi premi favolosi...


...ed i cittadini / lavoratori / consumatori lo prendono nel baogigi!

Almeno finché non decidono davvero di organizzarsi per conto loro...

martedì 11 novembre 2008

Esprit de finesse

I figli di puttana e troia sono pregati di non lasciare bottigliette lattine ecc..
Questa garbata avvertenza fa bella mostra di sé nei pressi di uno dei cantieri della Tramvia di Firenze, per l’esattezza sul perimetro di un’area di deposito materiali all’interno della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella.

La frase recita: “I figli di puttana e troia sono pregati di non lasciare bottigliette lattine ecc..”

Leggendola m’è sorto un dubbio semantico: lo status di “figli di puttana e troia” dipende dal fatto di lasciare rifiuti in quella zona o no? Da una semplice analisi logica del testo sembrerebbe di no. Suonerebbe un po’ così: “Coloro che effettivamente sono figli delle suddette signore sono pregati di non lasciare rifiuti”.
Però non ha molto senso. E’ evidente ad una semplice analisi umorale del periodo che l’epiteto si rivolge a coloro che GIA’ hanno lasciato rifiuti. Parafrasando il testo: “Quelli che lasciano rifiuti qui sono dei figli delle solite signore, fate quindi in modo di smetterla, per cortesia”.

A questo punto però sorge un curioso circolo vizioso di sillogismi, in cui i due significati della frase si rincorrono a vicenda senza fine:
- se lasciate dei rifiuti qua, siete dei figli di quelle signore là
- se siete figli di quelle signore là, non dovete lasciare rifiuti qua
- se non lasciate rifiuti qua, non siete figli di quelle signore là
- ma se non siete figli di quelle signore, allora potete lasciare rifiuti, divenendo però così figli delle medesime e perdendo quindi il diritto a farlo


La logica non va a braccetto con la foga…

lunedì 3 novembre 2008

Autovelox e Duralex

bicchieri Duralex
Gli italiani sono veramente eccezionali.
Si fa una legge, si comincia ad applicarla e subito, come per magia, si scopre che non va bene.
Anche sulle cose semplici, quelle che sembrano di buon senso a tutti… ma a patto che non ci tocchino di persona, sennò non va più bene.

Le corsie preferenziali, per esempio.
Per aiutare il trasporto pubblico, per evitargli gli intoppi del traffico, si stabilisce che siano create delle corsie dove possono transitare soltanto autobus, taxi e ambulanze. Sembra una cosa intelligente, condivisibile, apprezzabile.
Eppure, appena ne metti una, vedi che gli automobilisti ci vogliono passare lo stesso, anche se non ne hanno diritto. Cominciano a transitare allegramente nella corsia riservata e magari qualcuno si lamenta pure di questo malcostume (qualcuno che non passa mai in auto da quelle parti!). Allora la Polizia Municipale manda un paio di ausiliari a fare qualche multa, così, a mo’ di deterrente.
Ed è lì che si scatena il delirio!
Partono le multe e gli automobilisti non le accettano. Si arrabbiano con gli ausiliari. Sostengono che non erano “abbastanza visibili” e se il poliziotto di turno non è “abbastanza visibile” allora le multe che fa non sono valide…

Ecco, è qui che volevo arrivare.
L’Italia è un paese dove la legge si applica solo fino a prova contraria. Nel caso specifico, non conta che un automobilista abbia commesso un’infrazione e che sia stato conseguentemente sanzionato. No. Ci si inventa l’incredibile per evitare la multa. E la cosa più allucinante è che il concetto passa! Va a finire in televisione, con rappresentanti dei comitati di automobilisti inferociti che dicono “non è che contestiamo il fatto di aver commesso l’infrazione: è il modo in cui è stata fatta la multa che non ci sta bene”.

E perché non ti sta bene? In base a quale principio? Rispetti la legge solo se non ti controlla nessuno? Allora quando non sei controllato, ti senti autorizzato a rubare, ad evadere le tasse, ad ammazzare qualcuno?!?!?

Si sostiene che gli autovelox siano legittimi solo se la posizione è stata precedentemente segnalata sul sito del ministero e se c’è una pletora di cartelli che avvisano della posizione del dispositivo.
Ma che senso ha? “Questa strada è sottoposto a controllo elettronico della velocità”… sul resto delle strade potete fare il cazzo che vi pare… non lo so: è un modo di far rispettare la legge questo?

Ecco, io vorrei, all’esatto opposto di quanto sostenuto da questi signori, che la sorveglianza del traffico fosse assolutamente invisibile. Che le multe arrivassero ai contravventori senza alcuna altra giustificazione che non il fatto che hanno commesso un’infrazione. Hai superato i limiti? Multa. Ti sei imbucato in una corsia preferenziale? Multa. Senza vigili ben visibili. Senza giacchettini fluorescenti degli ausiliari. Senza cartelli all’inizio della strada che preavvisano “guardate che vi controlliamo”.
Se la legge è giusta, va rispettata sempre e comunque.
Se non è giusta, ci si batte per farla togliere.
Volete il limite di velocità a 300 km/h? Volete che gli autobus e le ambulanze si incolonnino nel traffico come tutti gli altri? Bene, fate una raccolta di firme, stuzzicate i vostri politici, fatevi sentire, ma DITELO! Ditelo chiaramente, invece di nascondervi dietro a delle scuse ridicole.

Sennò fate come quel tizio che dice “se mi processano è perché ce l’hanno con me, e se cade tutto in prescrizione allora sono innocente”… ma forse quella persona sta dove sta proprio grazie a voi!

giovedì 30 ottobre 2008

Rappresentanti rappresentativi


Che cosa serve perché una persona rappresenti un certo gruppo sociale? Bisogna che racchiuda in sé le caratteristiche di quel gruppo. Oppure che sia delegata a rappresentarlo.

Sto intenzionalmente confondendo due diversi significati del verbo rappresentare perché trovo divertente (o preoccupante, secondo i casi) l’idea che chi rappresenta un certo gruppo potrebbe non essere un rappresentante di quel gruppo stesso.

Quando i genitori degli studenti (e alle superiori anche gli studenti stessi) mandano al consiglio di classe un loro rappresentante, mandano uno di loro.
Quando nella MotoGP i piloti vanno a discutere di problemi di sicurezza mandano un proprio rappresentante che è a sua volta un pilota.
Sulle prime verrebbe da pensare che i rappresentanti scaturiscano dal gruppo.

Ma non sempre funziona così.
Per esempio se parliamo di sindacati. Un sindacalista, cioè uno che rappresenta i lavoratori, in molti casi è uno che non lavora (perché distaccato) e a volte non è nemmeno un dipendente della stessa ditta dei lavoratori che va a rappresentare. Più si sale di livello e più si aggrava questa differenza, con il risultato che spesso i lavoratori finiscono per lamentarsi del fatto che “non si sentono rappresentati”. (se ve lo state chiedendo: sì, ho visto Report domenica scorsa, ma son cose che si sanno da un sacco di tempo)

Vediamo allora cosa succede con la politica. Il politico viene eletto per il suo programma (o per i suoi appoggi o per la sua importanza all’interno del proprio partito o perché ha i voti di scambio ecc.) ma non certo perché incarna le caratteristiche del proprio elettorato.
No, aspettate un attimo. Forse è il caso di distinguere, perché a ben guardare mi pare che il distacco fra rappresentante e rappresentati sia un problema della sinistra, non della destra. Gli industriali hanno i loro rappresentanti che sono industriali, i conservatori hanno i loro rappresentanti che sono conservatori, i razzisti e campanilisti hanno i loro rappresentanti che sono razzisti e campanilisti.
E’ a sinistra che non si capisce più quale sia il legame fra la base elettorale ed i politici eletti.
Forse è per questo che la destra funziona e la sinistra no. A meno di non voler essere maliziosi e di pensare che questa sinistra funziona benissimo... per la destra!
Un po’ come quei sindacalisti che tengono a bada i lavoratori mentre prendono accordi con l’industria per consolidare i propri privilegi. Poi tornano dalla base e le spiegano che così “è meglio per tutti”. Ma tutti chi?

Sto facendo del qualunquismo. E’ terribile!

Allora torniamo a parlare di lessico.
Sul De Mauro ci sono un sacco di significati per il verbo “rappresentare”.
Quelli di cui ho parlato finora sono il “2a” (esprimere nei tratti peculiari, incarnare) ed il “5a” (operare, agire in rappresentanza di altri, spec. difendendone gli interessi).
Però non mi dispiace neanche il “4” (interpretare, impersonare ... mettere in scena) che contiene quel pizzico di finzione che fa scopa con il mio spirito polemico.

La mia insegnante di italiano in prima liceo si chiamava Bianchini, era giovane, belloccia, disinvolta. Si divertiva a scherzare su Dante e Beatrice a proposito del verso “Tanto gentile e tanto onesta pare”: il predicato “pare” può essere interpretato come “appare” ma anche come “sembra”. Guardate un po’ che effetto fa se dite: “Tanto gentile e tanto onesta sembra”.


Forse lo stesso che fa quando pensiamo ai rappresentanti che ci rappresentano...

giovedì 23 ottobre 2008

Sticazzare e Gliel’ammollare


Poi uno dice che le lingue non sono importanti…


Se a Firenze senti uno che dice “sticazzi!” lo devi interpretare come “caspita, accipicchia, nientepopodimeno!”. Un concetto che a Roma si esprime con la locuzione “mei cojoni!”

Ma anche a Roma si usa l’espressione “sticazzi”, solo che vuol dire l’esatto opposto: “chi se ne frega, fatti tuoi, me ne fotto”.

A Roma si usa anche l’espressione “gliel’ammolla”. Significa “è in gamba, sa il fatto suo, è meglio degli altri”. A Firenze, se sentite dire che uno “gliel’ammolla” lo dovete necessariamente interpretare come riferimento sessuale, reale o figurato. La cosa “ammollata” è il pene, reale o figurato. L’atto dell’ “ammollare” corrisponde alla penetrazione, reale o figurata. La persona a cui viene “ammollato”, lo piglia in quel posto, reale o figurato.

Adesso non mi viene in mente una simpatica associazione di questi termini sotto forma di sagace storiella edificante che esemplifichi fraintendimenti e doppi sensi mal interpretati dovuti alla scarsa conoscenza dei rispettivi idiomi (una cosa del tipo “un fiorentino ed un romano si incontrano. Il fiorentino dice al romano… eccetera”). Provate ad immaginarvela da soli, tanto il senso è chiaro.

E ricordate sempre: è importante conoscere le lingue, anche quelle che non si crede che possano essere diverse fra loro ed invece lo sono!

mercoledì 22 ottobre 2008

Preveggenza fai-da-te


E’ facile sfornare profezie che poi si avverano: basta godere di un buon credito.

La Pizia
Dice la televisione: gli analisti affermano che ci sarà recessione, i prezzi delle case caleranno per i prossimi 10 anni, i prezzi delle materie prime caleranno perché le aziende sono in crisi e non possono comprare, evvia evvia…

La gente ascolta la televisione ed ha una fiducia cieca quanto ignorante nella veridicità delle opinioni degli “analisti” che non si sa mai chi siano e perché dicano quello che dicono (non è che magari lo fanno per interesse?). Sentendo la ferale novella i proprietari di case che avevano una mezza idea di vendere si affrettano a farlo prima che i prezzi crollino. Analogamente chi ha messo i suoi risparmi in azioni si spaventa e corre a riprendersi i suoi soldi prima di perderli tutti.
Curiosamente nel mercato c’è un meccanismo per cui, se tutti vendono, i prezzi calano. L’offerta supera la domanda e, se si vuole davvero vendere, bisogna offrire prezzi più concorrenziali. E giù che i prezzi calano e si avvera la profezia dei prezzi che calano.
Le aziende quotate in borsa, analogamente, vedono crollare il valore delle loro azioni perché i piccoli risparmiatori stanno abbandonando la nave che “affonda” (così gli han detto). E più crolla il valore e più gli stolti vendono e più il prezzo crolla ulteriormente.
[Poi arriva un furbo che rastrella e fa il colpaccio, ma questa è un’altra storia...]
Così le aziende vanno in crisi davvero, poi fanno fatica a comprare le materie prime, i cui prezzi cominciano a calare. Un altro colpo a segno per i vati della finanza!

Mi ricordo una vecchia storia di Paperon de’ Paperoni (ancora lui!) che aveva un po’ di azioni di una certa azienda. Avendo voglia di prendersela tutta, l’azienda, Paperone usa questo semplice stratagemma: vende in un colpo solo tutte le sue azioni. Il mercato (pieno di volponi!), vedendo PdP che vende e fidandosi della sua competenza, si affretta a seguirne l’esempio: tutti vendono ed il prezzo crolla. All’ultimo momento PdP fa la mossa inversa: compra tutto. Il prezzo è ridicolo, i venditori sono terrorizzati, PdP rastrella tutto e fa sua l’azienda con un discreto risparmio. Ovviamente a quel punto il valore delle azioni schizza su ed il buon PdP dimostra per l’ennesima volta di sapere come si fanno i soldi...

Anche nel film "Una poltrona per due" gli sfigati Eddie Murphy e Dan Aykroyd usano lo stesso stratagemma per fregare i due ricconi che li avevano raggirati. Il film è del 1983.


Ora...
...stabilito che su questi giochetti ci si raccontano storielle nei fumetti ed al cinema da almeno 25 anni, è mai possibile che siamo ancora così gonzi da cascarci?
Certo che lo siamo!

Ma mica solo sulla borsa ed i risparmi, per carità!
Pare che ultimamente il jackpot del Superenalotto sia a livelli record.
Lo dicono la televisione ed i giornali. Tutti i giorni. Più volte al giorno. E le giocate aumentano! Per forza... vuoi perdere un’occasione come questa? Oggi si possono vincere 100 milioni di euro!

Sì, ho capito, ma quando se ne potevano vincere “solo” 50, faceva schifo? O 25? Che poi, che cosa ci fai con - anche "solo" - 25 milioni di euro? Io con un paio mi sistemerei a vita. Se ne avessi di più non saprei nemmeno come spenderli!
[E poi, siamo davvero sicuri che quei soldi arrivano? Non è che ci rifilano in cambio la proprietà di una bella montagna sulla Sila? Io la faccia di uno che ha vinto al Superenalotto non l’ho mai vista. Ma esisteranno davvero? Ma dopotutto anche questa è un’altra storia...]

Torniamo alle giocate, che crescono in modo vertiginoso. Il Codacons è preoccupato e propone terapie deliranti per arginare la situazione perché c’è gente che si sta rovinando (vuol far sequestrare il montepremi dalla Procura della Repubblica di Roma! E poi che fine fa? Va a finire alle Poste ad ingrassare i conti correnti dei tribunali come i soldi sequestrati alla mafia ed a tangentopoli?!?!).

Perché invece non ci preoccupiamo del fatto che la “febbre del gioco” viene fomentata quotidianamente da tutti i mass media? Chi è che tutti i giorni, più volte al giorno, continua a strillarci nelle orecchie che c’è un jackpot miliardario? E che tutti giocano per non perdere l'occasione?
E’ un’altra profezia autoavverantesi: più strilli che la gente gioca e più la gente giocherà.

Ma quello che mi chiedo soprattutto è PERCHE’ si sta facendo questa campagna stampa? Chi è che dà incarico ai giornalisti di pompare (perché di pompaggio si tratta) la notizia delle giocate al Superenalotto? Chi è che si prende i soldi se tanta gente gioca e non vince?

Pare che Sisal gestisca il Superenalotto per conto dello Stato.
Non è che si vuole pareggiare il buco delle banche e dei mercati con gli introiti della lotteria?

[In sottofondo, sfumando sui titoli di coda:
- Che poi, alla fine, son sempre soldi nostri, come quelli delle tasse!!!
- Ma almeno, stavolta, sono spesi volontariamente...
- Sì, se si può parlare di libera volontà quando un popolo di pecoroni va dietro a delle notizie pilotate ad arte...
- Eh, ma non ti sta mai bene niente!!!]

lunedì 20 ottobre 2008

Il mostro sbagliato

Leggendo Paolo Attivissimo che parla di Facebook sono finito su questo articolo del Corriere della Sera:

"Si definisce «single» su Facebook,
il marito la uccide con una mannaia"


La faccio breve: non sopporto i giornalisti che prendono una notizia, ne cercano gli aspetti più trendy e la rigirano come un calzino per ottenere un articolo "al passo coi tempi" che ha poco a che vedere con la notizia iniziale.

Leggetevi il testo dell'articolo.
Si comincia ripetendo il concetto del titolo (quindi questa volta non posso accusare il titolista, come faccio di solito):
"Ha ucciso la moglie Emma con una mannaia da cucina perché la donna aveva dichiarato su Facebook di essere single..."

Poi però leggendo il resto si scopre come stanno davvero i fatti: una coppia separata, un marito persecutore, uno sfogo di rabbia con assunzione di alcool e droghe, una donna uccisa.
Che c'entra internet ed in particolare FaceBook che in questi giorni è sulla bocca di tutti? Poco, se non niente: l'ira del marito sarebbe esplosa quando ha visto che la ex moglie su FaceBook aveva indicato di essere "single". Un pretesto qualsiasi, insomma.

A parte il monito sullo stare attenti a mettere i fatti propri in mostra su internet, cosa che su FaceBook tutti fanno in maniera a volte incosciente...
A parte il fatto che comunque per vedere il suo profilo l'ex marito doveva figurare fra gli "amici", cosa alquanto stravagante, vista la situazione...
A parte tutto, il fatto è che una scintilla non è un rogo! Se l'ex marito fosse esploso perché un vicino gli aveva detto "ho visto tua moglie con un altro" sarebbe cambiato qualcosa? No!
Il delitto è stato causato dalla gelosia di un uomo instabile che era stato già allontanato (non abbastanza, evidentemente) dalla vittima.
Eppure Faceook, ossia la moda del momento, viene evidenziato e ripetuto nel titolo e nella prima riga dell'articolo come se fosse il vero motivo di interesse della notizia stessa.

Lasciamo perdere il sensazionalismo, sennò questa, invece che una notizia di nera per un delitto di gelosia, diventa una notizia di gossip scabroso sull'ultimo grido del social networking!
Cosa ci interessa di più: la vita delle persone o l'ultimo giocattolo che abbiamo scoperto in rete?

La mia banca è uguale alle altre

Ma chi l'ha detto che il compito delle banche è di sostenere l'economia???

Zio Paperone
Il compito delle banche è di fare soldi.
Prestare soldi per ottenere indietro una cifra maggiore.
Farsi dare i soldi dai risparmiatori per investirli e fare la cresta sul rendimento di questi investimenti.
Acquisire ed amministrare beni (mobili o immobili) che aumentino nel tempo il loro valore.
Scaricare su altri le proprie perdite.
Niente etica, solo profitto. L'unico metro di giudizio è il denaro.

Lo scopo delle banche (che poi è lo scopo intrinseco del capitalismo) è di succhiare TUTTI i soldi DI TUTTI e così dominare la società.
In realtà già la dominano, visto che, quando fanno qualche cazzata e si mettono nei guai, ci pensa "la collettività" a tappare le falle e risanare le perdite. Se le banche vanno in crisi ci pensano i governi ad intervenire per calmierare la situazione.
Ma con che soldi agiscono i governi?
Mica quelli delle banche: è proprio per difenderli che scendono in campo i governi. E nemmeno quelli dei banchieri: i loro beni privati stanno molto al sicuro, ci mancherebbe!
No, si usano i soldi dello stato, cioè dei cittadini, cioè di coloro che già normalmente non contano niente.
E con che intenti agiscono i governi?
Mica di scalzare i banchieri approfittatori dalle loro poltrone e sostituirli con degli amministratori onesti e corretti. Per carità!
No, usano i soldi dei cittadini per tappare i buchi dei banchieri senza prendergli una lira e mantenendoli al loro posto, permettendo loro in questo modo di creare altri buchi.

Una volta, quando ero giovane, il criterio del conto corrente era: "Io metto i miei soldi in banca, invece che sotto al mattone, perché la banca è golosa di soldi (da reimpiegare in vari modi) ed infatti mi ci paga sopra degli interessi". Era il cittadino che faceva il prestito alla banca per ottenerne un utile.
Ora funziona al contrario: il conto corrente è un "servizio", perché ci consente di avere l'accredito dello stipendio senza andare di persona a versare l'assegno (cioè, comunque, versare i nostri soldi in banca), ci consente di fare bonifici (a pagamento), di avere bancomat e carta di credito (a pagamento). E di conseguenza, è a pagamento anche lo stesso conto, visto che è un servizio che ci viene offerto e non un favore che noi facciamo a loro. Ed i tassi di interesse del conto corrente ormai sono a zero o a livelli assolutamente ridicoli che non riescono nemmeno a ripagare i costi di gestione del conto stesso (e sennò che senso ha far pagare dei costi, se poi con gli interessi si ripagano da soli?!?!?)

Ma se tutti i risparmiatori togliessero i soldi dai conti correnti, dalle azioni, dalle obbligazioni non statali, che cosa succederebbe? Che tutto il castello costruito dalle banche sui nostri soldi crollerebbe miseramente.
Verrebbe voglia di farlo!
Una anteprima la possiamo vedere nei periodi di crisi come in questi giorni, in cui i risparmiatori si spaventano e cominciano a scappare come topi dalle varie navi che si teme possano affondare. Ci si rifugia nei BOT o nei "pronti contro termine" perché non ci si fida più nemmeno delle obbligazioni delle banche (la cui scadenza annuale o biennale è troppo lunga rispetto alle paure di crack finanziari e fallimenti degli istituti di credito).


La fregatura è che le banche sono talmente importanti che, se crollano loro, poi crolla tutto il sistema!
Lo stato non può andare avanti senza le coperture delle banche. L'industria men che meno. Quindi ci ritroveremmo di punto in bianco tutti a culo scoperto.
Senza contare il fatto che comunque le banche non sono capaci di restituirci indietro i nostri soldi, perché li hanno già riutilizzati da qualche altra parte. Se tutti noi svuotassimo i conti, solo i primi riuscirebbero ad avere i loro soldi. Gli altri resterebbero a secco insieme alle banche.

E’ un confronto impari fa uno sciame di topolini ed un branco di elefanti: i topolini possono anche spaventare qualche elefante, ma se il branco si imbizzarrisce e comincia a correre, i topi fanno... la fine del topo!


Mentre sto qui che mi macero nell’ansia per il futuro, vi consiglio una lettura interessante: "Q" di Luther Blissett, un romanzo che non tratta di analisi economico-finanziarie ma che parla del ruolo dei poveri, del popolo, nel corso di una stagione eccezionale che comincia con la riforma protestante e finisce qualche decennio più tardi (siamo nella prima metà del 1500).
Il protagonista è un miserabile come tanti, che ha la fortuna e la sfortuna di sopravvivere sempre a tutti i fatti cruenti in cui si trova inesorabilmente calamitato (dalla volontà degli autori di ficcarlo in tutti i focolai di rivolta che si sono manifestati in Europa in quegli anni).
E' uno splendido romanzo, bello da leggere e molto edificante. Parla anche delle banche nel loro periodo di giovinezza, quando cominciavano a finanziare i re che volevano andare in guerra e quindi riuscivano a comandarli a bacchetta minacciando di revocare i prestiti. I re, dal canto loro, ogni tanto imprigionavano e giustiziavano qualche banchiere, tanto per non dovergli più restituire i soldi che gli dovevano, ma la cosa non giovava alla reciproca fiducia con gli altri banchieri.

Sono più di 500 anni che ci facciamo prendere per il naso (e per il collo) dai banchieri.
Non sarebbe bello smetterla?



Nota a posteriori: avevo scritto questo intervento alcuni giorni fa, poi ho fatto il pigro e non l’ho postato. Ieri sera ho guardato Rai3 ed ho ascoltato dalla voce di Luciana Littizzetto e dei giornalisti di Report tutto quello che ho scritto e molto di più, a parte il consiglio di lettura. Vabbè, non è che mi posso mettere in competizione con i professionisti! :-)
Il concetto principale esposto da Lucianina è: “Lo stato siamo noi. Se lo stato aiuta le banche con i propri soldi, vuol dire che NOI diamo alle banche i NOSTRI soldi per permettere alle banche di continuare a prenderci per il collo.” Più chiaro di così…
La puntata di Report, invece, per chi non l’avesse vista o volesse rivederla, la trovate qui: testo e video.

mercoledì 8 ottobre 2008

Spero di invecchiare bene


Dire una frase che, presa letteralmente, suona esagerata o pretestuosa, se non decisamente falsa, ma che funziona, fa effetto, cattura l’immaginazione e l’immedesimazione e quindi farla diventare uno slogan, un manifesto.


Ultimamente ho “scoperto” gli Who.
Dice: “Bella scoperta! Sono quarant’anni che vanno in giro e te ne accorgi solo adesso?”
Ebbene si. Sono arrivato in ritardo, come sono arrivato in ritardo nello scoprire tanti altri musicisti che avevano già una carriera alle spalle quando io ero ancora in fasce. Ora è il turno degli Who.
Qualche giorno prima è toccato a Stefano Rosso (del quale però non sono altrettanto entusiasta).

Ma torniamo agli Who.

Gli Who degli inizi
Un brano che mi ha colpito moltissimo è “My generation”.

Il primo LP
Mi piace un sacco. Sia per la musica che per l’idea (che per me è geniale ed originalissima) del cantato balbuziente (m-m-my g-g-generation). Non riesco ad immaginare come abbiano avuto un’idea così strampalata, ma funziona benissimo! Non solo: si integra perfettamente con l’immagine che mi sono fatto dell’immaginario protagonista di questo brano, giovane, ribelle, insicuro, frustrato.

Jimmy
La canzone compare anche nel film “Quadrophenia” ed è il posto ideale dove inserire un brano del genere: adolescenti in crisi che trovano sfogo nelle droghe e nelle risse.
Non voglio mettermi a fare il moralista. Non ho idea di come si vivesse in Inghilterra negli anni sessanta. Non posso giudicare quanto “sia necessario” o “possa bastare” per voler scappare dalla realtà e nascondersi in un mondo fittizio di legami sociali simbolizzati da abiti, musica e motocicli. So solo che, personalmente, ho una gran paura delle droghe e di tutto ciò che può dare dipendenza e sono anche irrimediabilmente negato per il confronto fisico (nel senso che se faccio a botte le prendo di sicuro!). E so che da giovani si dicono e si fanno un sacco di cazzate!

Ma siccome la mia fissa principale riguarda il linguaggio ed i significati, sono andato a leggermi con cura il testo della canzone:

“People try to put us down / Just because we get around
Things they do look awful cold / I hope I die before I get old

Why don't you all just fade away / And don't try to dig what we all say
I'm not trying to cause a big sensation / I'm just talkin' 'bout my generation”


Propongo una mia traduzione, sperando che non sia troppo lontana dalla realtà. Il mio unico intento è di tradurre il significato: non sono certo in grado di farne una traduzione “artistica” o anche solo accattivante.

La gente cerca di mortificarci / Solo perché siamo dei vagabondi
Si comportano in modo terribilmente freddo / Spero di morire prima di invecchiare

Perché non sparite tutti? / Non potete riuscire a capire ciò che diciamo.
Non sto cercando di suscitare un grande scalpore / Sto solo parlando della mia generazione.


E’ evidente che si parla di incomunicabilità generazionale. La “gente” corrisponde al mondo degli adulti, incapace di comprendere l’inquietudine dei ragazzi e che quindi cerca di mettere a tacere il loro disagio con atti “freddi”. L’estremo rifiuto di quel mondo adulto è sintetizzato nella frase, divenuta famosa, “spero di morire prima di invecchiare” che, cambiando prospettiva, potremmo anche tradurre con “spero di morire prima di crescere”. [Assomiglia un po’ al mio “sono convinto di morire prima dei 30 anni” di qualche decennio fa. Oggi non mi dispiace che non sia andata così!]

La cosa un po’ inquietante di tutto questo, però, è come un testo così scarno, intransigente, estremo, possa conquistare l’ascoltatore senza fornire riferimenti concreti. Non sappiamo quali siano i problemi di questi ragazzi, quali angherie abbiano dovuto sopportare, quali reazioni abbiano messo in atto. Lo possiamo capire dal film, in cui vediamo il contesto, il disagio, le mode, la rabbia. Lo possiamo intuire dalle esibizioni dal vivo della band, in cui spaccavano tutto alla fine del brano. Ma nel solo testo della canzone tutto questo non c’è, e quindi ognuno può metterci quello che vuole, quello che sente più vivo e vero: il proprio disagio nel contenitore costruito da altri.
Un ragazzo vittima di violenze da parte dei genitori può identificarsi in un testo del genere esattamente come uno che si è visto negare l’acquisto della terza playstation. E’ un mondo interiore che dà significato alle parole e quando si è adolescenti non si percepisce molto il senso della misura: i nostri drammi sono i più grandi, se qualcuno non ci ha insegnato a guardarci intorno ed a metterci nei panni altrui.

Gli Who di "My generation" erano in quattro.
Keith Moon (batteria) è morto a 32 anni per una overdose di farmaci. John Entwistle (basso) è arrivato solo ai 40 per problemi di cuore (aiutati da un pizzico di cocaina).
...before I get old...
Pete Townshend (chitarra) e Roger Daltrey (voce) sono ancora vivi. Nel frattempo sono cresciuti e sono anche invecchiati. Immagino che anche loro, come me, guardino con una certa indulgenza a certe prese di posizione categoriche ed intransigenti della loro gioventù.


Io intanto continuo ad ascoltarmi “My generation” godendo di ogni b-b-b-balbettio del cantante, ma non smetto di pensare a quanto sia relativo il senso di ciò che diciamo e pensiamo. Specialmente quando siamo adolescenti, abbiamo poca esperienza, cominciamo a “fare a pugni” col mondo adulto sentendocene ancora estranei ed una frase ad effetto può servire a catalizzare tutta la nostra rabbia, il nostro senso di inadeguatezza, la nostra paura.
L’augurio che faccio a tutti gli esseri umani che affrontano questo tipo di problemi è di riuscire a farlo senza fuggire dalla realtà ingoiando pasticche, perché non credo che lasciarci le penne possa essere considerato un buon risultato. Eppure gli esempi, famosi, affascinanti, non mancano: oltre allo stesso Keith Moon, penso per esempio ad Andrea Pazienza, a Kurt Cobain e ad un fantomatico Jim Morrison di cui mi colpì particolarmente una frase riportata su un muro della stazione:

"Quando morirò andrò in paradiso, perchè l'inferno l'ho già vissuto quaggiù."

Non conosco la biografia di Jim Morrison, ma su due piedi mi viene difficile pensare che lui abbia realmente vissuto l’inferno in terra. Anzi, dal mio punto di vista di scialbo quarantenne un po' pelato, penso che lui a quel tempo aveva tutto: la gioventù, il successo, le donne, la libertà di fare il casino che gli pareva. Ma anche questi, ovviamente, sono punti di vista.
Non ho dubbi sul fatto che un adolescente, magari un liceale con lo zaino con i-pod integrato, il taglio fresco di parrucchiere ed i pantaloni a vita bassa (ma vanno di moda anche quest’anno?), possa identificarsi con una affermazione del genere. L’inferno può avere tanti volti, e solo noi sappiamo quanto grandi siano i nostri dolori. Fa parte dell’adolescenza vivere intensamente e forse anche in modo traumatico qualsiasi cosa, anche la più piccola. Non c’è da sorprendersi quindi che questa frase spopoli in rete, su forum, siti e blog (tutta gente che non solo ha un tetto sopra la testa, ma anche telefonini con cui fotografarsi, un computer ed una linea adsl per navigare ed un sacco di amici su myspace e facebook).

Quello che mi stupisce invece è che non sono riuscito a trovare l’originale in inglese, nonostante mi sia impegnato a fondo nella ricerca. Ormai mi conoscete: volevo trovare l’originale, perché nella traduzione poteva essere stato travisato lo spirito iniziale. Ma non ho trovato niente...

Non sarà mica una frase fasulla, attribuita a Morrison solo per dargli più peso?
(tipo quella delle api messa in bocca ad Einstein...)

martedì 30 settembre 2008

Non ho capito

Conoscete la serie di film “Amici miei”?
Avete presente la supercazzola?


La supercazzola è quando uno dice finte parole per metter su un discorso che sembra vero ma non lo è. La velocità e la scioltezza sono fondamentali. E’ utile anche l’inserimento qua e là di parole di senso compiuto che rafforzino l’impressione che chi parla stia dicendo qualcosa di sensato.
Il termine “supercazzola” è preso dai film, ma la pratica affonda le sue origini nella notte dei tempi, come risulta anche dalle acculturate (pure troppo) dissertazioni della Wikipedia.

Perché funziona la supercazzola?
A parte l’abilità del supercazzolaro, è fondamentale un altro ingrediente: un interlocutore che faccia finta di aver capito. C’è chi lo fa per un falso senso di buona educazione, come se cercare di capire quel che ci hanno detto fosse una specie di offesa. Chi lo fa perché non vuol manifestare la propria ignoranza, a cui attribuisce il fatto di non aver capito, ma che non vuole assolutamente ammettere. Chi lo fa per superficialità, perché ascolta solo se stesso e quindi ciò che dicono gli altri non lo sfiora nemmeno.

Provate a chiedervi per un attimo: “Come reagirei io alla supercazzola?” (dando ovviamente per scontato che non vi rendiate conto, sul momento, che si tratta di una supercazzola)
Rientrate in uno dei casi che ho descritto sopra?

In un solo caso, nel film (Atto II), la supercazzola non funziona: quando il perfido Mascetti si trova di fronte un monumentale quanto minaccioso aiuto-cuoco (affilante coltelli), che al suo farneticare sconnesso risponde prosaicamente “Non ho capito un cazzo!”.
Se uno ammette (serenamente, magari, senza “cazzi”) di non aver capito, la supercazzola non funziona più. Il supercazzolatore passa dalla parte del torto, perché è lui quello che non si fa capire.
Anche quando non c’è l’intento dichiarato di supercazzolare, capita spesso che qualcuno dica qualcosa che non capiamo. Magari perché si mangia le parole, o perché usa un linguaggio troppo forbito o specialistico, o perché sta cercando menare il can per l’aia senza sbilanciarsi su qualche questione delicata (come fanno ormai a tempo pieno i nostri politici).
Allora basta dire “non ho capito” e si rompe l’incantesimo. Il venditore di fumo si deve spiegare. Se continua a vendere fumo, diventa palese la sua malafede. Spesso, a questo punto, preferisce darsi alla fuga.
Se invece non c’è malafede, si arriva al lodevole scopo di capirsi meglio, che non fa mai male.

Persuadetevene: "Non ho capito" non è una parolaccia!
Anzi, fa bene alla salute.
Usiamolo più spesso!!!

lunedì 29 settembre 2008

Libera stampa gratuita



L’inglese è pieno di parole polisemiche, ossia che hanno più significati diversi (questa l’ho imparata dal VdS ma non diteglielo, che si monta la testa!). E’ così che uno si ritrova con “free” che significa sia “libero” che “gratis”, con possibili interpretazioni anche molto distanti fra di loro.
Dalla rivista “Carta” scopro che 92 testate giornalistiche italiane distribuiscono una quantità di copie quasi uguale a quella di 5 testate di “free press”.
Stampa libera?
No. Stampa gratuita.
Sono le varie “City”, “Leggo”, “Metro”, che vengono regalate ad ogni angolo di strada.
Se consideriamo che sono comparse pochi anni fa, è un dato che dà da pensare. Oggi un italiano su due legge un quotidiano gratuito anziché comprarselo.
Ma la qualità non è la stessa! Non che voglia fare l’avvocato d’ufficio dei quotidiani in vendita, avrei molto da ridire anche su quelli, ma questa “free press” è terribile: il livello è infimo, le principali notizie sono di gente scippata, accoltellata, aggredita, insomma fatte apposta per diffondere allarmismo sul tema sicurezza (che nella scorsa campagna elettorale non a caso ha fatto la parte del leone), le altre notizie sono a metà strada fra lo “strano ma vero” della Settimana Enigmistica e le panzane raccontate da Voyager, e per finire è piena di pubblicità (che la rende gratis, ma non certo libera). Spesso, per fare volume, la stessa notizia è riscritta tre o quattro volte, in pagine diverse, con layout diversi (un box, un trafiletto, una notizia su tre colonne, una breve).

Sappiamo benissimo che in tema di giornalismo la “libertà” è un concetto quanto mai sfuggente. E’ libero un giornalista che presenta le notizie come gli viene richiesto dal suo direttore? E’ libero il giornalista di un organo di partito? O di una testata che è portavoce di poteri ed interessi ben definiti? Alla fine è una questione di opinioni…

L’oggettività alla base della deontologia professionale dei giornalisti è solo ipocrisia: non c’è modo di raccontare una notizia senza filtrarla attraverso il proprio punto di vista (o quello del proprio padrone). L’unica libertà che può avere un giornalista è di raccontare le notizie come gli pare, ma è una cosa estremamente rara. Per lo più la stampa è solo propaganda in mano a qualche potere economico o politico ben definito.

Per questo motivo è particolarmente aberrante l’uso di espressioni in inglese che saranno anche fighe ma si portano dietro delle ambiguità pericolose: scambiare per “libero” un giornale che viene pagato da pochi e regalato a molti è un errore madornale. Quando la roba è gratis, è sempre bene chiedersi perché! Vuol dire che c’è qualcuno che ha qualcosa da dire e che si può permettere di pagare al posto degli altri. In pubblicità funziona così, ma il costo lo ripagano i consumatori quando comprano la merce pubblicizzata. Nel caso della “free press” in che forma ci viene presentato il conto?

venerdì 26 settembre 2008

Bocciàti!




Uno ascolta i tiggì e sente:

E’ illegale se un insegnante minaccia di bocciare un allievo. Lo dice la cassazione!

Poi però ascolti il seguito e diventa:

E’ illegale se un insegnante minaccia ingiustamente di bocciare un allievo. La cassazione ha confermato la condanna per un professore che aveva minacciato una sua allieva.

Ancora ti sfugge qualcosa. Come mai queste minacce? E che significa “ingiustamente?
Allora vai ad informarti per bene e scopri che

La cassazione ha confermato una sentenza contro un insegnante che aveva minacciato un’allieva di bocciarla come ritorsione in seguito a scontri avuti con la madre della suddetta allieva.

Ma allora di che stiamo parlando?
Lo fate apposta?

Il problema non è se la cassazione chiarisce, il giorno dopo, con un comunicato, per far chiarezza di tutte le sciocchezze dette. No. Il problema è se i giornalivendoli decidono che fa più scoop una notizia falsa vagamente attinente ad un fatto di cronaca che non il fatto di cronaca in sé.

A chi gliene frega niente se un professore, che peraltro ha già avuto da ridire con la madre, dice alla figlia che la boccerà? Ma vuoi mettere invece se monti ad arte un bel fraintendimento e fai credere a tutti, insegnanti e studenti e famiglie degli studenti, che la prossima volta che un professore dirà “Stai attento Adinolfi, hai già due insufficienze, se non ti dai da fare ti boccio” potranno denunciarlo e pretendere un risarcimento? Grasso che cola!!! Ma falso.
Roba buona giusto per fare due commenti qualunquisti in metro mentre si va a lavorare… o per far lucrare qualche avvocato senza scrupoli…

E poi, fatemelo ripetere, che fa sempre bene: NON SIAMO IN AMERICA!
In Italia la legge funziona diversamente da tutti i film americani che ci beviamo ogni sera in tivvù, dove si va a ripescare un precedente del 1814 per scagionare un imputato due secoli dopo. Da noi il "precedente" non esiste. Due giudici possono emettere due sentenze contrapposte su due casi identici e non succede niente!
E soprattutto, la Cassazione non fa le leggi! La Cassazione dice solo se il processo si è svolto secondo le regole o no. Se sì, bene! Se no, si rifà tutto da capo. Ma non è mai la Cassazione ad emettere la sentenza sul caso in questione. Quindi basta con ‘sta storia “l’ha detto la Cassazione”.
Casomai “l’ha detto la sentenza di appello e la Cassazione l’ha confermato”.

Però fa molto meno scena così, eh?

venerdì 19 settembre 2008

Il primo è il primo…

il secondo non è nessuno!




Un paio di interventi fa (qui) abbiamo parlato di reCaptcha e di Gwap.
Sono due applicazioni che io trovo molto intriganti ma che mi suscitano una certa inquietudine perché condividono una caratteristica apparentemente innocua ma importante: entrambe funzionano solo in lingua inglese.

Qualcuno dirà: “E sticazzi!” (trad: “Sarebbe forse questo un problema, di grazia?”)
Sì. E’ un problema. E’ un problema vecchio che adesso, con internet, si aggrava.
Personalmente non è che mi faccia molti scrupoli a usare parole inglesi come computer, privacy, ecc. La considero una cosa normale in un mondo sempre più cosmopolita, in cui però si usano anche vocaboli di altre lingue, come croissant, sushi, taco, würstel, ecc. (mi sta venendo fame...)

Queste simpatiche iniziative della Carnegie Mellon University servono però a far funzionare meglio i motori di ricerca inglesi, ad indicizzare le immagini in inglese, a migliorare le scansioni dei testi in inglese e così via.
Loro fanno benissimo a sviluppare questo tipo di strumenti e penso che da questo possa trarre giovamento tutta l’umanità. Quello che manca, però, sono analoghe applicazioni per l’italiano, il francese, lo spagnolo, il tedesco, ecc.

Già oggi, quando cerco qualche informazione su internet è molto frequente che le risposte alle mie domande siano in inglese: recensioni, articoli, notizie... il materiale disponibile in lingua inglese è di più, più assortito, più completo. Provate per esempio a cercare lo stesso soggetto sulla Wikipedia italiana e su quella inglese: c’è un abisso. L’ho fatto spesso, sia per studio che per svago, ed ho visto che molto spesso le pagine italiane sono una brutta traduzione (monca) di quelle inglesi.
Se c’è uno scrittore poco conosciuto che è stato tradotto in poche lingue, l’inglese è sicuramente fra queste. Se volete un tutorial per fare qualcosa di non banale su un computer, lo troverete senz’altro in inglese. Se studiate su libri di testo scientifici universitari, quasi sicuramente sono versioni tradotte di testi in lingua inglese.
Insomma, di motivi per andare a ricascare sull’inglese ce ne sono tantissimi e, se i motori di ricerca e le acquisizioni dei testi verranno guidati da anglofoni, la situazione non potrà far altro che degenerare ulteriormente.

Il mondo si evolve sempre più velocemente. E’ sempre più frequente avere scambi (di merce o di pensiero) internazionali e quello che si prospetta all’orizzonte è un crescente monopolio della lingua inglese, basato anche sul supporto della tecnologia applicata dagli statunitensi. Google è diventato praticamente l’unico motore di ricerca di internet ed è un sito americano, non scordiamocelo! E non scordiamoci nemmeno che il suo potere cresce di più ogni giorno, che assorbe qualsiasi novità spunti sulla rete (quanto ci ha messo a comprarsi YouTube?) e che può condizionare il nostro modo di usare la rete in decine di modi diversi, che probabilmente non riusciremmo nemmeno a notare (vi ricordate delle polemiche sulle censure cinesi?).

[Non ditelo in giro, ma anche questo Blog è ospitato sui server di Google!]

Insomma, se non vogliamo che le nostre lingue madri finiscano per diventare un polveroso retaggio di archeologia in mano ai padroni di Google, sarà il caso di darsi una mossa, mandare qualche ricercatore a fare un bello stage alla Carnegie Mellon ed implementare al più presto strumenti analoghi per la lingua italiana (e francese, tedesca, ecc)… e magari implementare anche qualche motore di ricerca alternativo, giusto per avere la possibilità di scegliere…

Tanto per chiudere con un po’ di pathos, ho provato a cercare (su Google!) se ci fossero collegamenti fra la Carnegie Mellon e Google stesso. Ne ho trovati molti: professori della CMU che dirigono uffici di Google, sponsorizzazioni di Google per ricerche fatte alla CMU e così via.
Provate a digitare la chiave di ricerca “Carnegie Mellon Google” e vedrete da soli…
Così come vedrete questo fulgido esempio di amore e rispetto per la lingua italiana, in fondo alla pagina:

Cara benzina

Su le mani!

Ho ricevuto da un amico la segnalazione di un evento promosso da Legambiente:

Sabato 20 settembre Legambiente Firenze e Comune di Firenze organizzano un convegno su "MOBILITA' SOSTENIBILE E CARO-BENZINA - Come cambierà la mobilità con la benzina "alle stelle"?", nel Salone de' Dugento di Palazzo Vecchio a partire dalle 9.30. Si parlerà del futuro della mobilità sostenibile e del trasporto pubblico a Firenze, visto che l'aumento progressivo del prezzo della benzina potrebbe modificare le abitudini di molti cittadini in fatto di mobilità.

Legambiente non c’entra niente con quello che voglio dire. Cito solo la loro iniziativa come esempio di una campagna mediatica che negli ultimi mesi si è fatta sempre più forte e cerca di convincerci che ormai il prezzo dei carburanti è insostenibile e che ormai non si può più andare in macchina perché “non ce lo possiamo più permettere”...

Io, personalmente, sono piuttosto scettico. Sono un “santommaso” (o un rompicoglioni, se preferite) per vocazione, ma sta di fatto che non mi sono accorto di un rincaro particolarmente forte del prezzo della benzina. Eppure ho un’auto ed una moto. Certo, non faccio spostamenti enormi. Certo, mi sono accorto che i “dieci euro” con cui rifornisco la mia moto non mi fanno più fare gli stessi chilometri di sei anni fa, quando l’ho comprata. Ma non mi sogno nemmeno di fermare il mezzo a causa del “caro benzina”. Io di "caro benzina" ne sento parlare da quando sono nato, ma vogliamo provare a dare una misura, per quanto intuitiva, di questo fantomatico aumento “alle stelle”?

Sul sito MetanoAuto ho trovato un grafico dell'andamento dei prezzi dei carburanti "alla pompa" dal 98 in poi.

andamento 1998-2008

Non mi pare che in questi 10 anni ci siano state particolari impennate del prezzo della benzina: la crescita c’è, ma è abbastanza regolare. Fra l’altro 10 anni non sono pochi: io 10 anni fa percepivo uno stipendio molto inferiore a quello attuale. Facendo un conto a spanne, il mio compenso mensile netto in busta paga è aumentato di oltre il 40%. Nel frattempo ho anche fatto un po' di carriera... ma prendiamo il dato così com'è, come puramente indicativo.
Il prezzo della benzina è passato da un minimo di circa 88 centesimi al litro nel febbraio '99 ad un massimo di circa 1,53 nel luglio 2008. Notate che ho preso il minimo ed il massimo storici dell’intero periodo, quindi sto considerando il massimo aumento possibile.
L'aumento è stato di oltre il 70%, quindi ben più consistente di quello del mio stipendio. Il mio potere d'acquisto sulla benzina è diminuito del 20% (cioè la quantità di benzina che posso comprare con un mio stipendio è diminuita del 20%).

Questo però significa che per fare un pieno alla mia auto, in proporzione, io spendo 12 euro in più (62 anziché 50). Se faccio un pieno la settimana, diventano oltre 600 euro in più all'anno (3224 anziché 2600).
Attenzione: stiamo parlando di una differenza che si è creata in 10 anni! Se facciamo una banale media, vengono 60 euro di aumento all'anno.

Ora... sinceramente... questi 60 euro potrei sicuramente spenderli in altri modi più gratificanti, però.. come dire... non mi cambiano la vita!
Certo, mi costa di più fare benzina, ma non al punto da smettere di prendere l'auto. Alla fine continuo a scegliere il mezzo di trasporto in base alla comodità ed al tipo di viaggio che devo fare, e non certo in base al costo della benzina.

E allora tutta 'sta campagna stampa sul rincaro dei carburanti, da dove salta fuori?
Non stiamo parlando solo di autotrasportatori, sui quali il costo del carburante ha un impatto fondamentale ed imprescindibile.
No, qui si fanno i convegni dicendo che cambieranno "le abitudini di molti cittadini in fatto di mobilità"!
Cioè ci stanno raccontando che chi va al lavoro in auto, chi va a fare la spesa in auto, chi va a divertirsi in auto, smetterà di usare l'auto perchè complessivamente, in un anno, dovrà spendere 60, 100, 200 euro in più? Ma stiamo scherzando? Spendo di più in caffè, io che ne bevo pochi! Un fumatore che consumi un pacchetto ogni due giorni (10 sigarette al giorno, non molte per un fumatore normale) spende più di 600 euro all'anno. Se gli aumentassero il prezzo del pacchetto di 20 centesimi avrebbe lo stesso rincaro che abbiamo definito "alle stelle" per la benzina (circa 60 euro l'anno, e su un totale complessivo molto inferiore) e credete forse che smetterebbe di fumare?
Ma chi vogliamo prendere in giro?

La benzina rincara, ma non in modo particolarmente improvviso o consistente. Negli ultimi 10 anni il trend è praticamente costante. Allora perché ci vengono a raccontare il contrario? Chi è che si giova di questi allarmismi? I politici che si accusano l’un l’altro? Le associazioni dei consumatori che fanno facile demagogia? I cittadini con scarsa memoria, che vedono gli aumenti e si lamentano e non si accorgono che gli aumenti continuano esattamente nello stesso modo da 10 anni a questa parte? O forse siamo arrivati talmente vicini al punto di rottura, che anche 60 euro l’anno sono diventati fondamentali per noi?

Sinceramente, non capisco...

venerdì 12 settembre 2008

Aiuto, mi schiaptchano!

Di recente sono stato stimolato ad interessarmi di “captcha”.

Sapete che cos’è un captcha? Dalle mie prime esperienze avevo dedotto che si trattasse di una specie di parassita della rete, un piccolo bacarozzo alfanumerico contorto che vive in piccoli riquadri confusi e rumorosi e che infesta numerosi siti internet, in particolar modo i blog e qualsiasi altro sito richieda degli input manuali da parte dell’utente.

un esempio di captcha
In seguito, approfondendo le mie indagini, ho scoperto che “captcha” in realtà è una specie di acronimo (un po’ storpiato, all’americana) e che significa, più o meno letteralmente, “metodo automatico per distinguere gli umani dalle macchine”. Il sogno (o l’incubo?) di Philip Dick! Una razza di precursori (o epigoni?) dell’analizzatore Voight Kampff (dotati, fra l’altro, di un look decisamente meno inquietante).

Blade Runner
Quindi i bacarozzi di cui sopra sono solo UNA possibile realizzazione di captcha.
Un metodo completamente diverso può essere, per esempio, di porre domande “intelligenti” all’interlocutore. Domande a cui una macchina non saprebbe rispondere. Ti mostro una foto e ti chiedo “è un cane o un cavallo?”. Per ora i computer fanno ancora fatica a distinguere fra i due.

quale dei due?
Oppure ti mostro un puzzle grossolano di una foto di un personaggio famoso e ti chiedo di riconoscerlo.

cosa avrà voluto dire?
Tutte queste informazioni le ho trovate in parte sulla wikipedia ed in parte sul sito dedicato ai captcha della Carnegie Mellon University. Quest’ultima è anche promotrice di una simpatica iniziativa che sfrutta l’applicazione dei controlli antispam per migliorare le scansioni OCR di alcuni testi antichi o rovinati. Due piccioni con una fava! Si chiama reCaptcha e mi è già capitato di trovarla applicata qua e là sui siti della rete. Tenetela a mente perché ci ritorneremo sopra... (quando faccio così mi sembro Lucarelli!)

Sul sito captcha.net c’è un altro link che ha attirato il mio interesse. Si chiama Gwap e contiene “giochi captcha”. Dice il sito: “Gioca con dei giochi che i computer non possono giocare! Il nostro nuovo sito contiene molti giochi da cui non riuscirete a staccarvi e che aiutano i computer ad imparare a pensare in modo più simile agli umani. Voi giocate ed i computer diventano più intelligenti”.

Interpretandolo alla lettera, ci sarebbe da preoccuparsi! Viene subito in mente Hal 9000, il computer superintelligente di “Odissea nello spazio”, che si era evoluto a tal punto da desiderare di togliere di mezzo quegli imperfetti esseri umani che ancora pretendevano di comandare su Sua Perfezione.

Giro girotondo, io giro intorno al mondo...
O ancora, quel brillante raccontino di Fredrick Brown che si intitola “La risposta”, in cui al nuovo supercomputer galattico, appena acceso per la prima volta, viene posta la domanda fatidica: “Esiste Dio?”. Quello risponde “Sì, adesso Dio esiste!” e subito dopo stecchisce con un fulmine il tizio che si stava gettando sull’interruttore principale per spegnerlo.

Ma non è proprio il caso di preoccuparsi. I giochi di Gwap non servono affatto a far diventare intelligenti i computer. Servono invece a migliorare i motori di ricerca: mediante l’interazione con l’utente, vengono associate parole a contenuti mediatici non verbali (immagini e suoni). In questo modo un motore di ricerca può fornire risposte non verbali a ricerche verbali, cosa che al momento non gli riesce benissimo. Avete mai provato a cercare un’immagine con Google Immagini? Funziona piuttosto male.
Qualche tempo fa mi era stato segnalato Retrievr, un motore di ricerca grafico, in cui si DISEGNA quello che si sta cercando (oppure in alternativa si cerca un’immagine “simile” ad un’altra che viene indicata via link o upload). Idea fantastica, ma i risultati fanno un po’ pena. Forse il problema è che ricerca le immagini solo su Flickr e quindi il database è piuttosto limitato (sono solo immagini originali inserite dagli utenti) o forse è che proprio non ci capisce gran ché. Ho provato ad uploadare una mia foto e mi è uscito questo:

Questo mi somiglia???
Qualcuno dei miei amici sicuramente sarà d’accordo con l’associazione. Ma ce ne sono altre anche più improbabili. Per i più curiosi, le ho appoggiate su Imageshack.

Va detto però che coi colori è eccezionale: se volete delle immagini di cui non vi interessa il soggetto ma solo la resa cromatica, allora Retrievr è quello che fa per voi. Provare per credere...

Ma torniamo ai giochini di Gwap. In “ESP game” gli utenti, incentivati da un meccanismo “uno contro uno” a punti e a tempo (che li fa essere ancora più produttivi, ovviamente a gratis, alla faccia dei precari che lavorano nei call-center), associano delle parole alle immagini e quindi sarà poi possibile ricercare quelle immagini “descrivendole”, proprio come si cerca di fare adesso con Google, ma con risultati decisamente migliori.

“Tag a tune” funziona in modo simile ma per la musica: si danno descrizioni testuali di brani musicali. Idem con patate: forse un giorno riusciremo a scaricare un brano di musica digitando sul motore di ricerca “vorrei ascoltare qualcosa un po’ grunge, un po’ heavy, ma con un po’ di dolcezza triste alla Mark Lanegan e dei violini”.
O forse no!

Più inquietante invece “Matchin”, il gioco che cerca di capire quali immagini sono più “attraenti” per l’utente. Qui si va ad indagare i gusti personali… sembra quasi un test psicologico… però lo si fa in due e si totalizza un maggior punteggio se si fanno le stesse scelte… una specie di test automatico per la ricerca dell’anima gemella (non a caso, alla fine si apre pure una finestra di chat per comunicare con l’altro giocatore), oppure un omogeneizzatore di gusti, in cui i campioni sono coloro che riescono a fare le scelte più popolari del momento… una specie di sindrome di Zelig all’ennesima potenza!

Zelig
Ma io, in realtà volevo parlarvi di tutt’altro e cioè del fatto che... hemm... ma forse è meglio che ne parliamo un’altra volta. Per oggi mi sembra che possa bastare...


Nel prossimo intervento parleremo quindi di egemonia linguistica veicolata dalla rete. Non mancate!

giovedì 4 settembre 2008

Sei un bastardo. Vattene!

Prima di entrare nel vivo del mio intervento, prendetevi un attimo per riflettere sulla frase del titolo:
“Sei un bastardo. Vattene!”

Provate ad immaginarvi il tono con cui viene detta. Immaginate la situazione. Se avete voglia di giocare con me, prendete un foglio di carta e provate a descrivere brevemente la scenetta che avete immaginato: chi sono i protagonisti, qual è il contesto e, soprattutto, “cosa avrà voluto dire?” :)

Cosa avrà voluto dire?

Ne butto là qualcuna delle mie.

Ambrogio e Bernardo sono due adolescenti, liceali, compagni di classe. Ad Ambrogio piace una ragazza di un’altra classe, Cristina, ma è timido e la guarda da lontano senza avere il coraggio di farsi sotto. Bernardo scrive un biglietto a Cristina, firmato a nome di Ambrogio, chiedendole un appuntamento. Lei vuole accettare e va a dirlo ad Ambrogio che non ne sa niente e cade dalle nuvole. Alla figura di merda (che però strappa un sorriso a Cristina) segue dialogo chiarificatore fra i due amici:
B – (ridendo) L’ho fatto per il tuo bene! Sennò col cazzo che ti davi una mossa, bradipo!!!
A – (sorridendo a denti stretti, ancora rosso in viso per la vergogna) Sei un bastardo. Vattene!
Traduzione del pensiero di A con altre parole: “Sei un amico ma mi hai messo in un imbarazzo terribile, stronzo. Comunque ti voglio bene!”
Come B percepisce il pensiero di A: “Avrei voglia di prenderti a pugni ma ti ho già perdonato!”

Anselmo e Bertoldo sono due trentenni che si conoscono da una vita. Anselmo sta con Caterina, donna avvenente ed un po’ frivola, da un paio di anni. Anselmo sta meditando sulla possibilità di metter su famiglia con lei e lo confida a Bertoldo, il quale è contrario perché la reputa una persona inaffidabile. Per dimostrarlo (o forse perché è un po’ stronzo ed invidioso) inizia a corteggiarla segretamente ed infine la seduce. Poi racconta tutto all’amico:
B – (serio) Lo vedi? Di lei non potevi fidarti. L’ho fatto per il tuo bene!
A – (ancora più serio) Sei un bastardo. Vattene!
Traduzione del pensiero di A con altre parole: “Puoi accampare tutte le giustificazioni che ti pare, ma mi hai ferito profondamente. Esci dalla mia vita, sennò ti apro il cranio come una mela!”
Come B percepisce il pensiero di A: “Non capisco niente di quello che mi stai mostrando. Sono uno stupido, innamorato di una troia, ma preferisco mandare in culo te anziché lei”

Anna e Bartolomeo sono due adolescenti che stanno insieme. Lei è una convinta monogama ed è molto affezionata a lui, che invece la tradisce continuamente. Lui è un tipo piuttosto superficiale ed opportunista, usa Anna come “approdo sicuro” ma si guarda bene del rifiutare qualsiasi occasione che gli capiti per andare con qualcun’altra, anzi, spesso e volentieri la lascia da sola per uscire con gli amici e andare a rimorchiare. Ovviamente tutto questo è spesso fonte di discussioni fra i due:
B – (mieloso ma poco convincente) Ma dai, pulcino, lo sai che per me sei l’unica che conta veramente, però sono fatto così, non so trattenermi…
A – (in lacrime, mordendo il fazzoletto) Sei un bastardo. Vattene!
Traduzione del pensiero di A con altre parole: “Non ne posso più dei tuoi comportamenti, ma ti amo con tutto il cuore e vorrei tanto che cambiassi. Ti prego, pentiti e torna da me!”
Come B percepisce il pensiero di A: “Lo sai che puoi farmi quello che ti pare, tanto bastano due moine per riconquistarmi”


Ora, è evidente il motivo per cui non sono diventato uno scrittore: non ho idee interessanti e, se mi sforzo, riesco a malapena a rimasticare cliché stantii già visti fino alla noia nei polpettoni hollywoodiani di oltre un secolo. Ma sorvolando sulla facile ironia che possono provocare questi miei tentativi abbozzati di raccontare storie, è evidente che una stessa frase può essere detta con spirito molto diverso ed avere significati anche diametralmente opposti, non solo per via del diverso contesto, ma anche a causa dei diversi punti di vista delle persone coinvolte.

Se sul vostro foglietto avete delle variazioni sul tema diverse dalle mie, vi invito caldamente ad aggiungerle come commenti a questo post (oppure mandatemele per email, tanto mi conoscete bene tutti e tre, o incliti lettori del mio blog!). Penso che potrebbe essere una cosa divertente.


In conclusione, quanti significati diversi può avere una frase?

Su due piedi risponderei: (uno per ciascuna persona che la pronuncia) moltiplicato per (uno per ogni diversa occasione o contesto in cui viene pronunciata) moltiplicato per (una per ogni diverso ascoltatore a cui viene rivolta) moltiplicato per (altri aspetti che non mi vengono in mente adesso ma che certamente esistono)

In questa complessità c’è di che affogare. Non è umanamente possibile arrivare a tenere sempre in considerazione tutti questi aspetti. Eppure non è neanche giusto abbassare una saracinesca mentale sul problema ed autoconvincersi (campioni nell’esercizio del bispensiero) che ciò che diciamo ha il senso che intendiamo noi e nessun altro.

Non resta che armarsi di tonnellate di umiltà e di pazienza, di carriole di “non ho capito” e “spiegati meglio” e “ridimmelo con altri termini”, accettare di buon grado di spiegare tre volte ogni nostro concetto e sperare che in tutto questo sforzo da sordi mezzi rincoglioniti non ci vengano fuori due palle così! :)

Ammesso, ovviamente, che uno abbia intenzione di capirsi.
In caso contrario basta non fare niente e continuare così…

Orwell 1984

mercoledì 20 agosto 2008

La logica...

...non è di questo mondo.


Aristotele e Philip K. Dick


Ho letto "Le menzogne di Ulisse - L'avventura della logica da Parmenide ad Amartya Sen" di Piergiorgio Odifreddi. Un excursus sul pensiero di una quantità notevole di segaioli mentali nel corso di più di due millenni.

Personalmente ho un rapporto conflittuale con la filosofia: da un lato mi affascina (al punto che l'ho scelta come argomento di esame per l'orale della maturità) e dall'altro mi repelle.
Mi affascina perchè si pone interrogativi che condivido e cerca di speculare sull'intima natura delle cose. Mi repelle perchè nel corso dei secoli le risposte che sono state date dai filosofi sono state per l'80% delle sonore cazzate e per il restante 20% delle grandissime seghe mentali.

Questa mia personalissima opinione è stata ulteriormente rafforzata dalla lettura del volume di Odifreddi, a cui comunque sono grato per avermi fornito ulteriori argomenti di riflessione sul linguaggio ("la logica è lo studio del logos, vale a dire del pensiero e del linguaggio") e sul ruolo della logica nei confronti del resto dello scibile umano.

Il problema di fondo, ancora una volta, è legato al linguaggio.
Senza linguaggio non siamo capaci di esprimere concetti, pensieri, sentimenti, ragionamenti.
Senza linguaggio, secondo alcuni, non siamo neanche capaci di pensare: ciò che sfugge alle capacità del nostro linguaggio sfugge alla nostra comprensione. L'ineffabile è imponderabile.

La logica, secondo quanto afferma Odifreddi (e non ho motivo di dubitarne, visto che i miei ricordi della filosofia studiata al liceo sono ormai irrimediabilmente confusi), si prefigge proprio di analizzare il linguaggio per arrivare a stabilire se una affermazione possa essere vera o falsa e, di conseguenza, legittimare o invalidare il pensiero che con quella frase è stato enunciato.
Castelli di teorie, regole, strumenti di analisi, sono stati costruiti nel corso dei secoli per riuscire a stabilire se una certa affermazione possa essere considerata vera o falsa, ma tutti, temo, restano relegati ad ambiti circoscritti che poco hanno a che fare con la realtà della vita.

Cerco di spiegarmi con un esempio: un qualsiasi linguaggio di programmazione è costruito in modo tale da non avere ambiguità. Ogni riga di codice è, per sua natura, perfettamente comprensibile (all'elaboratore ed al programmatore) oppure "sintatticamente errata". A questo tipo di linguaggi si possono applicare perfettamente tutte le regole della logica che, in parte, ne sono anche fondamento: la logica di Boole, per esempio, che è alla base di qualsiasi processo decisionale (con gli operatori AND, OR, NOT e via dicendo), così come l'aritmetica binaria che è interpretabile anch'essa come un insieme di regole di logica (1=vero, 0=falso).

Il problema è che il linguaggio che usiamo tutti i giorni per esprimerci non ha affatto le stesse caratteristiche!

Da un lato dobbiamo fare i conti con la molteplicità di lingue del pianeta, alcune delle quali sono profondamente diverse nei loro meccanismi e nel loro modo di ridurre la realtà a parole e concetti, per cui a volte non è nemmeno possibile tradurre correttamente una frase da una lingua all'altra (prova ne siano i banalissimi giochi di parole, croce e delizia di ogni traduttore, che sono necessariamente diversi in ogni lingua, ma lo stesso vale anche per concetti evoluti, come discute lo stesso Odifreddi nel suo libro).

Dall'altro lato dobbiamo fare i conti con la molteplicità di "teste" che usano lo stesso linguaggio ognuna a modo suo. In altre parole: la lingua non è affatto uno strumento chiaro ed univoco (come i linguaggi di programmazione) ma dà adito a ciascuno di noi di attribuire significati diversi alle stesse parole. In prima analisi sembrerebbe di no: un tavolo è un tavolo e una sedia è una sedia. Che cosa ci potrà mai essere di così ambiguo?
Eppure basta poco per sconfinare nel terreno dell'opinabile, per esempio: che cosa vuol dire "onesto"? O "intelligente"? O "furbo"?

Appena il significato di una parola si associa ad un giudizio, immediatamente dobbiamo fare i conti con chi giudica e col suo sistema di valori ed opinioni che, ovviamente, non è affatto identico a quello degli altri. "Furbo", per esempio, nella definizione che ne dà il DeMauro, come aggettivo sembra avere significato positivo mentre come sostantivo è decisamente negativo. Eppure, per ciascuno di noi, è piuttosto facile pensare ad un "furbo" che giudichiamo positivamente e ad un "furbo" che giudichiamo negativamente. A questo punto, se diciamo a qualcuno "sei un furbo" non si sa più se gli stiamo facendo un complimento o se lo stiamo insultando. Dopodiché ci si mette di mezzo anche il suo, di sistema di giudizio, che potrebbe essere opposto al nostro: quindi lui potrebbe sentirsi offeso mentre noi intendiamo fargli un complimento, oppure lusingato mentre cerchiamo di offenderlo

E' un gran casino! Ed è questo è il vero dramma del pensiero e della comunicazione umani. Sì, perchè mentre la logica cerca di costruire un castello di teorie per poter stabilire se una certa frase sia vera o falsa, miliardi di esseri umani basano le loro vite su miliardi di punti di vista diversi ed usano migliaia di linguaggi diversi per esprimere concetti assolutamente opinabili.
E' possibile, come nel caso dei linguaggi di programmazione, creare un linguaggio logicamente perfetto. Però quel linguaggio si può applicare solo ad un "mondo" circoscritto, ridotto ed irreggimentato. Temo che non sia possibile ricondurre a quelle regole il "mondo" (reale, ma anche logico e mentale) in cui viviamo e quindi continueremo ad essere costretti a fare i conti con una realtà ambigua, conflittuale, caotica, in cui per esempio qualcuno continuerà ad essere convinto di andare a portare "pace" e "libertà" mentre sgancia bombe, uccide persone e distrugge intere civiltà. Oppure qualcun altro sosterrà di essere un benefattore che porta il benessere nei paesi più poveri, mentre va lì a sfruttare popolazioni disagiate che sono costrette ad accettare condizioni economiche vessatorie e vergognose.

Sono millenni che succede e probabilmente continuerà a succedere, non solo perchè a questo mondo esistono gli stronzi (ed è una realtà innegabile) ma anche perchè non siamo in grado di dimostrare oggettivamente chi sia stronzo e chi no...



L'immagine iniziale rappresenta Aristotele e Philip K. Dick.
Si dice del primo che fosse un grande pensatore e che tutta la nostra civiltà non sia che una rimasticazione di concetti esposti da lui e da Platone.
Il secondo, senza dubbio, è stato un autore estremamente sensibile all'ambiguità della nostra realtà. Raccontando di mondi alieni, di droghe, di allucinazioni e di esseri viventi artificiali ha messo a nudo la nostra incapacità di definire compiutamente il mondo che ci circonda, ma anche noi stessi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti.

martedì 29 luglio 2008

Chettelodicoaffare?

Volevo fare un intervento supercaustico contro coloro che godono del fare citazioni e poi le fanno sbagliate. Il concetto è valido, ma il caso specifico da cui ero partito mi si è liquefatto fra le mani mentre ci lavoravo su.
Avrei voluto intitolarlo "Il gusto per le citazioni sbagliate" ed il casus belli era la citazione del film "Donnie Brasco" in cui Joe Pistone (Johnny Depp) spiega ai colleghi il significato dell'espressione "Che te lo dico a fare?"

Se cercate questa frase su internet troverete varie versioni, praticamente identiche fra loro tranne che per un particolare: Raquel Welch si ritrova immancabilmente col nome storpiato.
Visto che ne sto parlando, e che mi piace un sacco, vi riporto la versione italiana corretta:

"Che te lo dico a fare?" significa... se tu sei d'accordo con qualcuno, uh? , gli fai: "Raquel Welch è un gran bel pezzo di fica, che te lo dico a fare?" Invece se non sei d'accordo che una Lincon è meglio di una Cadillac: "Che te lo dico a fare?", uh?, oppure, se una cosa secondo te è buona, ma tanto buona: "Minchia sti peperoni, che te lo dico a fare?" Ma può anche voler dire: "Và al diavolo!". Tipo... uno fa all'altro... "-Ehi, Bubbi dice che hai il cazzo piccolo. –Ehi, Bubbi che te lo dico a fare?"E a volte non significa niente... solamente...: "Che te lo dico a fare?"

Al posto di Raquel Welch si può trovare Rachel Walsh o Welsh, che sembra più che altro una traslitterazione fatta male. Subito mi si è smosso l'afflato polemico, ho ideato iperboli sarcastiche per sbeffeggiare i colpevoli di cotal misfatto... ma qualche giorno di pausa senza connessione internet mi ha dato modo di riflettere e riconsiderare la questione.
Il problema non è che coloro che citano Donnie Brasco storpino il nome di Raquel Welch. Il problema è che non sanno proprio chi sia!!! Il problema è che il film è uscito nel 1997 ed è stato visto da un sacco di giovani internettari citazionisti che non sanno niente degli anni '70 in cui è ambientato.

Raquel Welch è questa qua:




Come potete vedere, Joe Pistone (che sicuramente aveva visto da poco questo film, uscito nel 1966) aveva le sue buone ragioni per fare certe affermazioni! :)
Ed è ancora una bella signora, anche se con dei gusti discutibili per quanto riguarda l'abbigliamento:



Se siete curiosi, potete consultare l'IMDB con la filmografia completa. Scoprirete che ha fatto un sacco di film ed ha partecipato anche ad una versione de "I tre moschettieri" (quella con Michael York nei panni di D’Artagnan e Richard “uccello di rovo” Chamberlain che interpreta Aramis) che non potete non aver visto: la danno in TV tre volte al mese da vent'anni a questa parte!

Insomma, da questa bella storiella possiamo trarre più morali edificanti:
- Prima di sparare bile su qualcuno, pensaci su con calma. Magari viene fuori che quello "strambo" sei tu!
- Comunque, se hai il gusto per le citazioni, sarebbe il caso che ti documentassi per bene, specialmente quando hai a che fare con nomi e cognomi
- La Wikipedia non è la bibbia. Su Wikiquote ho provveduto io a correggere la citazione rendendo alla signorina Welch la gloria che le compete.
- Anche i traduttori hanno le loro colpe: non si capisce come mai "Paulie" (che è uno dei personaggi del film) sia stato tradotto con "Bubbi" (Buby? Bubbie? Boobbie?) che è inventato di sana pianta. Forse per una malsana filologia labiale...
- Tuttavia, contro il mare magnum di internet ogni sforzo è inutile: ci sono decine di bloggari, utenti di forum, gestori di siti personali, che hanno riportato la frase sbagliata in così tanti posti che nessuno riuscirà a correggere mai. Ormai il danno è fatto e ce lo teniamo così...


Chettelodicoaffare?