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lunedì 8 marzo 2010

Come si fa a votare PDL dopo il pasticciaccio delle liste regionali?

Quando ero bambino ero ingenuo, come tutti i bambini. Anzi, no, ero anche più ingenuo della media.
I miei amichetti giocavano a calcio ed erano tifosi. Io non giocavo a calcio perché non mi riusciva. Avevo i cosiddetti "piedi a banana": colpivo la palla per mandarla a destra ed andava a sinistra. Il risultato era ovvio: quando si facevano le squadre per giocare in cortile, io ero sempre l'ultima scelta e puntualmente venivo messo in porta per limitare i danni.
Per questi motivi il calcio non mi piaceva, né da giocatore né da spettatore. Non avevo una squadra preferita e non seguivo i risultati delle partite, ma questo mi rendeva "diverso" rispetto ai miei compagni di scuola e di giochi: quando mi chiedevano "tu per chi tifi?" io rispondevo che non mi interessava e loro mi coprivano di insulti.

Fu così - e qui rientriamo in tema col post odierno - che decisi di aver bisogno di una "squadra del cuore" per cui tifare, come tutti gli altri bambini.
Scelsi la Juventus. La scelsi per due motivi: il primo è che mi piaceva la maglia a strisce bianche e nere (con i colori ho sempre avuto poca dimestichezza, sono più il tipo da disegno al tratto) ed il secondo è che la Juve vinceva! Facile, no? Dovendo tifare per qualcuno, tanto vale farlo per un vincente. O per lo meno così la pensavo allora.
Ero veramente ingenuo! Così ingenuo da non rendermi conto di aver scelto come "squadra del cuore" quella più odiata dai miei amichetti, tutti rigorosamente "viola DOCG". Quando qualcuno di loro mi chiese nuovamente per chi tifassi, io risposi fiero come un'oca: "la Juve!". Quella volta anziché insulti arrivarono direttamente schiaffoni! Anzi, per usare un termine tecnico, "zuppe".

Ma lasciamo i miei amarcord (vi racconterò un'altra volta di come andò a finire l'epopea della mia scelta della "squadra del cuore") e restiamo in tema: è facile, comodo ed anche molto ingenuo fare il tifo per il più forte solo perché è il più forte.
Io sono convinto che molte persone che votano Berlusconi e la sua creatura politica, prima Forza Italia e ora il PDL, lo facciano perché vedono in lui un vincente, un "ganzo", uno che riesce sempre a fare quello che vuole. Si immedesimano in lui e sognano di trombare le donne che tromba lui, di farsi le vacanze in Sardegna che si fa lui, di avere uno stuolo di leccapiedi come ce l'ha lui, di avere i suoi soldi, il suo successo, le sue ville, le sue aziende... e lo votano, lui ed i suoi scherani, o meglio le sue liste, che tanto portano sempre e solo il suo nome come simbolo (vedi ad esempio la lista per il Lazio che recita "Berlusconi per Polverini").

Berlusconi come vincente, ed in effetti non si può negare che lo sia.
Peccato che lui pensi sempre a vincere per se stesso e non certo per gli ingenui che lo votano: le ville, le aziende, le donne, sono le SUE e non le divide di sicuro col popolino che fa la ola quando passa lui.

Adesso è scoppiato il bubbone delle liste per le regionali in Lazio e Lombardia: firme tarocche, autenticazioni mancanti o difformi, scadenze non rispettate, panini, telefonate... e la ciliegina sulla torta: il decreto "interpretativo".
Da cittadino onesto, rispettoso delle leggi (anche quando penso che non siano proprio giustissime), progressista, democratico, mi sono sentito molto offeso da quello che è successo. Penso anch'io che la democrazia sia stata stuprata una volta di più da questo ignobile cavillo.
D'altra parte capisco anche il sentimento di frustrazione degli elettori del centro destra all'idea di non avere le loro liste alle prossime elezioni. Anzi, altro che frustrazione, dovrebbero essere furibondi!

Ma con chi?

Dovrebbero prendersela con quei cialtroni dei loro rappresentanti che non sono stati capaci di fare la cosa più ovvia, scontata, prevedibile ed organizzabile del mondo: raccogliere le firme per le liste, farle autenticare per bene, presentarle agli uffici competenti entro i termini previsti.
E' l'ABC della democrazia! Dei politici di professione dovrebbero fare queste cose ad occhi chiusi, in scioltezza. Invece, in scioltezza fanno tutt'altro: mangiano panini, fanno telefonate, sistemano appalti, prenotano massaggi... e si scordano di fare le cose più elementari. Evidentemente questi signori hanno altre priorità e le regole del gioco, per loro, sono solo un'inutile perdita di tempo.

Se io fossi un elettore del PDL sarei furente contro i leader del mio partito per aver permesso a dei cialtroni di occuparsi di cose serie ed aver compromesso la partecipazione alle elezioni. Se io fossi un elettore del PDL vorrei veder cadere delle teste (metaforicamente parlando, s'intende!) per questa figuraccia!

E' un pensiero che ho avuto molte volte nei giorni scorsi.
Ma poi mi sono detto: io non sono un elettore del PDL. Non penso come un elettore del PDL. I miei sentimenti di onestà, rispetto, democrazia mi impediscono di votare PDL, quindi fra me e gli elettori del PDL ci deve, necessariamente, essere una grossa differenza.
E mi sono chiesto quale sia, questa differenza...

Ed ho ripensato a quando tifavo Juve.

L'elettore medio del PDL, quello che non è socio di Confindustria, che non partecipa agli appalti per le grandi opere, che non riscuote il pizzo, che non commercia voti di scambio... insomma, quella fetta di normale società civile che vota Berlusconi (esiste, sono convinto che esista), in che modo può valutare tutto questo pasticcio?
In un modo semplicissimo e che va molto a favore di Berlusconi: quando qualcosa ostacola il vincente, questo semplicemente aggiusta le cose, rimuove l'ostacolo e rimane un vincente! Un vincente è tale perché continua a vincere, sempre, anche quando le cose potrebbero mettersi male.

Ed è esattamente quello che fa Berlusconi. Vince. Rimuove gli ostacoli.
Rischio di galera? Si scende in politica e si risolve tutto.
Difficoltà a pilotare gli appalti? Si agisce in deroga ed in emergenza.
La magistratura non si rassegna? Qualche leggina ad hoc e la si rende cieca, sorda e con le mani legate.
Oppositori scomodi? Ci pensano i servizi segreti delle testate scandalistiche.
Programmi televisivi imbarazzanti? Editto bulgaro e successive repliche.
E se qualche passacarte del suo partito fa qualche pasticcio con le liste elettorali, lui fa un bel decreto per risolverlo e continua a vincere.

Quindi, tutti coloro che votano Berlusconi (e di conseguenza il PDL) perché è un vincente, continueranno a farlo, perché ha dimostrato ancora una volta di esserlo. Uno che alla fine la spunta sempre.

Ora sta agli altri, a tutti quelli che non votano Berlusconi o che si sono resi conto che non hanno più interesse a farlo, di darsi un po' da fare e risolvere questo grave problema che sta compromettendo irrimediabilmente la democrazia nel nostro paese. Tutti quelli che puntano su regole uguali per tutti, onestà, integrità (da destra e da sinistra: questi non sono valori di un solo schieramento!) è bene che si spremano le meningi ed inventino un modo onesto, legale, etico, per dare un sonoro benservito a quel signore (e cialtroni annessi).

E bisogna far presto!
Prima che anche l'articolo 1 della costituzione (quello che recita "L'Italia è una REPUBBLICA DEMOCRATICA, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene AL POPOLO, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.") venga interpretato in altro modo dal Governo.


Per concludere un breve messaggio al nostro Ministro dell'Interno, Roberto Maroni (e sottolineo Ministro! Dell'Interno!!! Cioè, mica uno che passava di lì per caso...).
Cito dalla stampa le sue parole: "Le norme vigenti non sono modificate ma si è data una interpretazione autentica, affinché il Tar possa applicare la legge in modo corretto secondo l'interpretazione che il legislatore, in questo caso il governo, dà alla legge."

Signor Maroni, alle elementari ad Educazione Civica mi hanno insegnato che il governo detiene il potere esecutivo, mentre al parlamento spetta il potere legislativo. Allora, premesso questo, chi dei due rientra nella definizione "il legislatore": il governo o il parlamento? Prenda tempo, non abbia fretta, ci rifletta bene...

Ora aspettiamo sessanta giorni e vediamo se "il legislatore" concorda con il governo (Ops! Ho dato la risposta!!!). Fra l'altro sessanta giorni finiscono DOPO le elezioni. Se il parlamento non convertisse in legge il dl interpretativo, cosa succederebbe? Elezioni invalidate? Bisogna rifare tutto da capo?

martedì 22 settembre 2009

Chi fa da sé...

Pochi giorni fa Berlusconi era da Vespa a Porta a Porta per parlare della consegna delle prime case ai terremotati di Onna. L'evento ha provocato una mole di polemiche sulle quali preferisco glissare perché le trovo veramente poco interessanti. Quello che più mi interessa, invece, è un commento di un mio amico che ironizzava sul fatto che il premier fosse andato ad una trasmissione "senza contraddittorio" a lamentarsi di "chi parla male di lui senza contraddittorio".

Ecco cosa mi interessa: una riflessione sul contraddittorio.

Partiamo dalle basi: il dizionario.
Il solito buon De Mauro recita:
1 agg., al pl., con valore rec., di fatti o parole che sono in contrasto fra loro: pareri contraddittori, avvenimenti contraddittori
2 agg., che presenta contraddizioni, incoerente, ambiguo: discorso c., carattere, comportamento c.
3 s.m., discussione pubblica fra due persone che sostengono opinioni contrarie, spec. durante dibattiti, processi e sim.

Il caso che ci riguarda è ovviamente il terzo, ma vedremo che alla fine si ricasca anche nei primi due.

Quindi chiediamoci: com'è che funzionano le esternazioni al giorno d'oggi in televisione?
Perché in effetti è dello specifico della televisione che stiamo parlando: nessuno si sognerebbe di pretendere un contraddittorio sulle pagine di un giornale o di un sito internet... al massimo esiste il diritto di rettifica... ma nessuno si aspetta che su "Il Giornale" accanto all'editoriale di Feltri compaia anche un contro-editoriale della Concita De Gregorio, o viceversa su L'Unità.

Torniamo alla televisione: che guardiate un telegiornale o un dibattito televisivo ormai la formula è chiara: si devono riportare le posizioni di "entrambe" le parti. Commento di (centro)sinistra, commento di (centro)destra (ometto intenzionalmente il "panino", che in questo contesto non mi interessa)

In ogni trasmissione di "dibattito" c'è sempre una netta divisione fra le poltrone degli ospiti, destra e sinistra, le fazioni si fronteggiano e, ovviamente, si parlano addosso ed inveiscono reciprocamente. Ormai non si vede più quale sia la differenza fra i due schieramenti. Ognuno muove da posizioni che sono agli antipodi rispetto all'interlocutore. Su qualsiasi argomento le interpretazioni sono predefinite e simmetriche. Al posto di questi programmi si potrebbe tranquillamente mettere una coppia di robottini che quando uno dice "bianco" l'altro risponde "nero" ed otterremmo lo stesso risultato.

E veniamo quindi al fantomatico "contraddittorio".
Quale oscuro valore aggiunto potrà mai apportare la presenza di un contraddittorio alla bontà delle argomentazioni degli interlocutori?
E' semplice, almeno in apparenza: se uno mente l'altro glielo può rinfacciare, se uno omette l'altro può integrare, se uno travisa l'altro lo può correggere. Ma il fatto reale è che non succede mai così! Entrambi mentono, entrambi omettono, entrambi travisano, ognuno per tirare l'acqua al suo mulino e fare "bella figura" davanti agli spettatori. Così si trasforma un dibattito in una gara di dialettica, in cui il vincitore non è quello con gli argomenti più forti ma quello che riesce a far fare la figura del cretino all'altro.
Si tratta inoltre di una struttura dialettica presa a prestito da un ambito che non dovrebbe avere niente a che fare con questi dibattiti: l'aula di tribunale. Nei processi l'imputato è assistito da un difensore che cerca di smontare le argomentazioni dell'accusa. In un mondo perfetto, il pubblico ministero ed il difensore perseguono entrambi la ricerca della verità, ciascuno con un diverso punto di vista: il primo tutela gli interessi della collettività, il secondo quelli dell'imputato. Entrambi dovrebbero essere paladini della giustizia che, per evitare errori giudiziari, si fronteggiano in aula solo per essere certi che ogni prova ed ogni testimonianza siano valutati compiutamente e da entrambi i punti di vista.

Non è quello che succede nei dibattiti televisivi!
Il dibattito televisivo non somiglia ad un processo in cui si ricerca la verità, ma ad un incontro di boxe dove si cerca di mettere al tappeto l'avversario, usando anche colpi proibiti se l'arbitro ce lo consente o è distratto.

E allora a che pro il "contraddittorio"?
Se si facessero delle semplici interviste, ciascuno direbbe la sua, il pubblico ascolterebbe le due campane (o magari anche più di due, perché no?) e poi giudicherebbe con la sua testa. Invece in questo modo si assiste passivamente ad un match e ci si limita al massimo, come i giudici del ring, a dare un voto ai due contendenti decidendo così "chi ha vinto" secondo ciascuno di noi. Una farsa!

E così il tanto blasonato "contraddittorio", che dovrebbe condurre alla Verità, finisce per contraddire se stesso, svolgendo il ruolo di arena in cui la verità muore, vittima degli ascolti.

martedì 28 aprile 2009

Dipietrismo?

foto presa dal sito della Camera

Stasera da Gad Lerner si parlava di Di Pietro.
Una parola che è ricorsa continuamente è stata "giustizialismo". Siccome sono puntiglioso e mi sentivo toccato dove duole sono andato innanzitutto a controllare la definizione corretta del termine. Non si sa mai, ci si potrebbe sempre confondere...

Il buon De Mauro recita:

1 TS polit., dottrina e prassi politica che ispirarono il governo dell'uomo politico argentino Juan Domingo Perón (1895-1974), caratterizzate da un acceso nazionalismo e da un programma di riforme sociali con spunti anarchici e corporativi; estens., atteggiamento o movimento politico populistico e antiparlamentare
2 CO nel linguaggio giornalistico e politico, tendenza a utilizzare la magistratura come strumento per conseguire obiettivi politici

Non sono uno studioso di storia. Non conosco Peron. So a malapena che su sua moglie è stato scritto un musical. E' vero, sono ignorante, ma quelli che parlavano da Lerner forse lo sono ancora più di me, visto che usavano le parole a sproposito. Ma torniamo al punto: dubito che Peron c'entri qualcosa con tutto questo. Dubito altresì che si possa anche solo lontanamente sostenere che Di Pietro abbia atteggiamenti antiparlamentari. Populisti sì, secondo alcuni.
Ma mi sento di poter dire che il termine "giustizialismo" fosse utilizzato in trasmissione secondo l'accezione numero 2, sostenendo che Di Pietro è uno che vuole usare la magistratura (ed i tribunali ed i processi) come strumento per conseguire obiettivi politici.

Bene.

Secondo me, dire che i delinquenti devono stare in galera non è giustizialismo. E' la base della legalità. Proprio il fondamento minimo, quello senza cui non si può più dire che esiste una giustizia (degli uomini) nel nostro paese. Se per obiettivo politico si intende di far andare i delinquenti in galera, be', allora mi pare un obiettivo politico più che legittimo e che, necessariamente, deve passare per la magistratura per essere realizzato.

Ma mi sorge un dubbio: non sarà che quelli che accusano Di Pietro di giustizialismo in realtà pensano che i delinquenti in galera non ci devono stare??? O per lo meno ALCUNI delinquenti contro cui Di Pietro si accanisce?

martedì 11 novembre 2008

Esprit de finesse

I figli di puttana e troia sono pregati di non lasciare bottigliette lattine ecc..
Questa garbata avvertenza fa bella mostra di sé nei pressi di uno dei cantieri della Tramvia di Firenze, per l’esattezza sul perimetro di un’area di deposito materiali all’interno della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella.

La frase recita: “I figli di puttana e troia sono pregati di non lasciare bottigliette lattine ecc..”

Leggendola m’è sorto un dubbio semantico: lo status di “figli di puttana e troia” dipende dal fatto di lasciare rifiuti in quella zona o no? Da una semplice analisi logica del testo sembrerebbe di no. Suonerebbe un po’ così: “Coloro che effettivamente sono figli delle suddette signore sono pregati di non lasciare rifiuti”.
Però non ha molto senso. E’ evidente ad una semplice analisi umorale del periodo che l’epiteto si rivolge a coloro che GIA’ hanno lasciato rifiuti. Parafrasando il testo: “Quelli che lasciano rifiuti qui sono dei figli delle solite signore, fate quindi in modo di smetterla, per cortesia”.

A questo punto però sorge un curioso circolo vizioso di sillogismi, in cui i due significati della frase si rincorrono a vicenda senza fine:
- se lasciate dei rifiuti qua, siete dei figli di quelle signore là
- se siete figli di quelle signore là, non dovete lasciare rifiuti qua
- se non lasciate rifiuti qua, non siete figli di quelle signore là
- ma se non siete figli di quelle signore, allora potete lasciare rifiuti, divenendo però così figli delle medesime e perdendo quindi il diritto a farlo


La logica non va a braccetto con la foga…

giovedì 30 ottobre 2008

Rappresentanti rappresentativi


Che cosa serve perché una persona rappresenti un certo gruppo sociale? Bisogna che racchiuda in sé le caratteristiche di quel gruppo. Oppure che sia delegata a rappresentarlo.

Sto intenzionalmente confondendo due diversi significati del verbo rappresentare perché trovo divertente (o preoccupante, secondo i casi) l’idea che chi rappresenta un certo gruppo potrebbe non essere un rappresentante di quel gruppo stesso.

Quando i genitori degli studenti (e alle superiori anche gli studenti stessi) mandano al consiglio di classe un loro rappresentante, mandano uno di loro.
Quando nella MotoGP i piloti vanno a discutere di problemi di sicurezza mandano un proprio rappresentante che è a sua volta un pilota.
Sulle prime verrebbe da pensare che i rappresentanti scaturiscano dal gruppo.

Ma non sempre funziona così.
Per esempio se parliamo di sindacati. Un sindacalista, cioè uno che rappresenta i lavoratori, in molti casi è uno che non lavora (perché distaccato) e a volte non è nemmeno un dipendente della stessa ditta dei lavoratori che va a rappresentare. Più si sale di livello e più si aggrava questa differenza, con il risultato che spesso i lavoratori finiscono per lamentarsi del fatto che “non si sentono rappresentati”. (se ve lo state chiedendo: sì, ho visto Report domenica scorsa, ma son cose che si sanno da un sacco di tempo)

Vediamo allora cosa succede con la politica. Il politico viene eletto per il suo programma (o per i suoi appoggi o per la sua importanza all’interno del proprio partito o perché ha i voti di scambio ecc.) ma non certo perché incarna le caratteristiche del proprio elettorato.
No, aspettate un attimo. Forse è il caso di distinguere, perché a ben guardare mi pare che il distacco fra rappresentante e rappresentati sia un problema della sinistra, non della destra. Gli industriali hanno i loro rappresentanti che sono industriali, i conservatori hanno i loro rappresentanti che sono conservatori, i razzisti e campanilisti hanno i loro rappresentanti che sono razzisti e campanilisti.
E’ a sinistra che non si capisce più quale sia il legame fra la base elettorale ed i politici eletti.
Forse è per questo che la destra funziona e la sinistra no. A meno di non voler essere maliziosi e di pensare che questa sinistra funziona benissimo... per la destra!
Un po’ come quei sindacalisti che tengono a bada i lavoratori mentre prendono accordi con l’industria per consolidare i propri privilegi. Poi tornano dalla base e le spiegano che così “è meglio per tutti”. Ma tutti chi?

Sto facendo del qualunquismo. E’ terribile!

Allora torniamo a parlare di lessico.
Sul De Mauro ci sono un sacco di significati per il verbo “rappresentare”.
Quelli di cui ho parlato finora sono il “2a” (esprimere nei tratti peculiari, incarnare) ed il “5a” (operare, agire in rappresentanza di altri, spec. difendendone gli interessi).
Però non mi dispiace neanche il “4” (interpretare, impersonare ... mettere in scena) che contiene quel pizzico di finzione che fa scopa con il mio spirito polemico.

La mia insegnante di italiano in prima liceo si chiamava Bianchini, era giovane, belloccia, disinvolta. Si divertiva a scherzare su Dante e Beatrice a proposito del verso “Tanto gentile e tanto onesta pare”: il predicato “pare” può essere interpretato come “appare” ma anche come “sembra”. Guardate un po’ che effetto fa se dite: “Tanto gentile e tanto onesta sembra”.


Forse lo stesso che fa quando pensiamo ai rappresentanti che ci rappresentano...

mercoledì 8 ottobre 2008

Spero di invecchiare bene


Dire una frase che, presa letteralmente, suona esagerata o pretestuosa, se non decisamente falsa, ma che funziona, fa effetto, cattura l’immaginazione e l’immedesimazione e quindi farla diventare uno slogan, un manifesto.


Ultimamente ho “scoperto” gli Who.
Dice: “Bella scoperta! Sono quarant’anni che vanno in giro e te ne accorgi solo adesso?”
Ebbene si. Sono arrivato in ritardo, come sono arrivato in ritardo nello scoprire tanti altri musicisti che avevano già una carriera alle spalle quando io ero ancora in fasce. Ora è il turno degli Who.
Qualche giorno prima è toccato a Stefano Rosso (del quale però non sono altrettanto entusiasta).

Ma torniamo agli Who.

Gli Who degli inizi
Un brano che mi ha colpito moltissimo è “My generation”.

Il primo LP
Mi piace un sacco. Sia per la musica che per l’idea (che per me è geniale ed originalissima) del cantato balbuziente (m-m-my g-g-generation). Non riesco ad immaginare come abbiano avuto un’idea così strampalata, ma funziona benissimo! Non solo: si integra perfettamente con l’immagine che mi sono fatto dell’immaginario protagonista di questo brano, giovane, ribelle, insicuro, frustrato.

Jimmy
La canzone compare anche nel film “Quadrophenia” ed è il posto ideale dove inserire un brano del genere: adolescenti in crisi che trovano sfogo nelle droghe e nelle risse.
Non voglio mettermi a fare il moralista. Non ho idea di come si vivesse in Inghilterra negli anni sessanta. Non posso giudicare quanto “sia necessario” o “possa bastare” per voler scappare dalla realtà e nascondersi in un mondo fittizio di legami sociali simbolizzati da abiti, musica e motocicli. So solo che, personalmente, ho una gran paura delle droghe e di tutto ciò che può dare dipendenza e sono anche irrimediabilmente negato per il confronto fisico (nel senso che se faccio a botte le prendo di sicuro!). E so che da giovani si dicono e si fanno un sacco di cazzate!

Ma siccome la mia fissa principale riguarda il linguaggio ed i significati, sono andato a leggermi con cura il testo della canzone:

“People try to put us down / Just because we get around
Things they do look awful cold / I hope I die before I get old

Why don't you all just fade away / And don't try to dig what we all say
I'm not trying to cause a big sensation / I'm just talkin' 'bout my generation”


Propongo una mia traduzione, sperando che non sia troppo lontana dalla realtà. Il mio unico intento è di tradurre il significato: non sono certo in grado di farne una traduzione “artistica” o anche solo accattivante.

La gente cerca di mortificarci / Solo perché siamo dei vagabondi
Si comportano in modo terribilmente freddo / Spero di morire prima di invecchiare

Perché non sparite tutti? / Non potete riuscire a capire ciò che diciamo.
Non sto cercando di suscitare un grande scalpore / Sto solo parlando della mia generazione.


E’ evidente che si parla di incomunicabilità generazionale. La “gente” corrisponde al mondo degli adulti, incapace di comprendere l’inquietudine dei ragazzi e che quindi cerca di mettere a tacere il loro disagio con atti “freddi”. L’estremo rifiuto di quel mondo adulto è sintetizzato nella frase, divenuta famosa, “spero di morire prima di invecchiare” che, cambiando prospettiva, potremmo anche tradurre con “spero di morire prima di crescere”. [Assomiglia un po’ al mio “sono convinto di morire prima dei 30 anni” di qualche decennio fa. Oggi non mi dispiace che non sia andata così!]

La cosa un po’ inquietante di tutto questo, però, è come un testo così scarno, intransigente, estremo, possa conquistare l’ascoltatore senza fornire riferimenti concreti. Non sappiamo quali siano i problemi di questi ragazzi, quali angherie abbiano dovuto sopportare, quali reazioni abbiano messo in atto. Lo possiamo capire dal film, in cui vediamo il contesto, il disagio, le mode, la rabbia. Lo possiamo intuire dalle esibizioni dal vivo della band, in cui spaccavano tutto alla fine del brano. Ma nel solo testo della canzone tutto questo non c’è, e quindi ognuno può metterci quello che vuole, quello che sente più vivo e vero: il proprio disagio nel contenitore costruito da altri.
Un ragazzo vittima di violenze da parte dei genitori può identificarsi in un testo del genere esattamente come uno che si è visto negare l’acquisto della terza playstation. E’ un mondo interiore che dà significato alle parole e quando si è adolescenti non si percepisce molto il senso della misura: i nostri drammi sono i più grandi, se qualcuno non ci ha insegnato a guardarci intorno ed a metterci nei panni altrui.

Gli Who di "My generation" erano in quattro.
Keith Moon (batteria) è morto a 32 anni per una overdose di farmaci. John Entwistle (basso) è arrivato solo ai 40 per problemi di cuore (aiutati da un pizzico di cocaina).
...before I get old...
Pete Townshend (chitarra) e Roger Daltrey (voce) sono ancora vivi. Nel frattempo sono cresciuti e sono anche invecchiati. Immagino che anche loro, come me, guardino con una certa indulgenza a certe prese di posizione categoriche ed intransigenti della loro gioventù.


Io intanto continuo ad ascoltarmi “My generation” godendo di ogni b-b-b-balbettio del cantante, ma non smetto di pensare a quanto sia relativo il senso di ciò che diciamo e pensiamo. Specialmente quando siamo adolescenti, abbiamo poca esperienza, cominciamo a “fare a pugni” col mondo adulto sentendocene ancora estranei ed una frase ad effetto può servire a catalizzare tutta la nostra rabbia, il nostro senso di inadeguatezza, la nostra paura.
L’augurio che faccio a tutti gli esseri umani che affrontano questo tipo di problemi è di riuscire a farlo senza fuggire dalla realtà ingoiando pasticche, perché non credo che lasciarci le penne possa essere considerato un buon risultato. Eppure gli esempi, famosi, affascinanti, non mancano: oltre allo stesso Keith Moon, penso per esempio ad Andrea Pazienza, a Kurt Cobain e ad un fantomatico Jim Morrison di cui mi colpì particolarmente una frase riportata su un muro della stazione:

"Quando morirò andrò in paradiso, perchè l'inferno l'ho già vissuto quaggiù."

Non conosco la biografia di Jim Morrison, ma su due piedi mi viene difficile pensare che lui abbia realmente vissuto l’inferno in terra. Anzi, dal mio punto di vista di scialbo quarantenne un po' pelato, penso che lui a quel tempo aveva tutto: la gioventù, il successo, le donne, la libertà di fare il casino che gli pareva. Ma anche questi, ovviamente, sono punti di vista.
Non ho dubbi sul fatto che un adolescente, magari un liceale con lo zaino con i-pod integrato, il taglio fresco di parrucchiere ed i pantaloni a vita bassa (ma vanno di moda anche quest’anno?), possa identificarsi con una affermazione del genere. L’inferno può avere tanti volti, e solo noi sappiamo quanto grandi siano i nostri dolori. Fa parte dell’adolescenza vivere intensamente e forse anche in modo traumatico qualsiasi cosa, anche la più piccola. Non c’è da sorprendersi quindi che questa frase spopoli in rete, su forum, siti e blog (tutta gente che non solo ha un tetto sopra la testa, ma anche telefonini con cui fotografarsi, un computer ed una linea adsl per navigare ed un sacco di amici su myspace e facebook).

Quello che mi stupisce invece è che non sono riuscito a trovare l’originale in inglese, nonostante mi sia impegnato a fondo nella ricerca. Ormai mi conoscete: volevo trovare l’originale, perché nella traduzione poteva essere stato travisato lo spirito iniziale. Ma non ho trovato niente...

Non sarà mica una frase fasulla, attribuita a Morrison solo per dargli più peso?
(tipo quella delle api messa in bocca ad Einstein...)

martedì 30 settembre 2008

Non ho capito

Conoscete la serie di film “Amici miei”?
Avete presente la supercazzola?


La supercazzola è quando uno dice finte parole per metter su un discorso che sembra vero ma non lo è. La velocità e la scioltezza sono fondamentali. E’ utile anche l’inserimento qua e là di parole di senso compiuto che rafforzino l’impressione che chi parla stia dicendo qualcosa di sensato.
Il termine “supercazzola” è preso dai film, ma la pratica affonda le sue origini nella notte dei tempi, come risulta anche dalle acculturate (pure troppo) dissertazioni della Wikipedia.

Perché funziona la supercazzola?
A parte l’abilità del supercazzolaro, è fondamentale un altro ingrediente: un interlocutore che faccia finta di aver capito. C’è chi lo fa per un falso senso di buona educazione, come se cercare di capire quel che ci hanno detto fosse una specie di offesa. Chi lo fa perché non vuol manifestare la propria ignoranza, a cui attribuisce il fatto di non aver capito, ma che non vuole assolutamente ammettere. Chi lo fa per superficialità, perché ascolta solo se stesso e quindi ciò che dicono gli altri non lo sfiora nemmeno.

Provate a chiedervi per un attimo: “Come reagirei io alla supercazzola?” (dando ovviamente per scontato che non vi rendiate conto, sul momento, che si tratta di una supercazzola)
Rientrate in uno dei casi che ho descritto sopra?

In un solo caso, nel film (Atto II), la supercazzola non funziona: quando il perfido Mascetti si trova di fronte un monumentale quanto minaccioso aiuto-cuoco (affilante coltelli), che al suo farneticare sconnesso risponde prosaicamente “Non ho capito un cazzo!”.
Se uno ammette (serenamente, magari, senza “cazzi”) di non aver capito, la supercazzola non funziona più. Il supercazzolatore passa dalla parte del torto, perché è lui quello che non si fa capire.
Anche quando non c’è l’intento dichiarato di supercazzolare, capita spesso che qualcuno dica qualcosa che non capiamo. Magari perché si mangia le parole, o perché usa un linguaggio troppo forbito o specialistico, o perché sta cercando menare il can per l’aia senza sbilanciarsi su qualche questione delicata (come fanno ormai a tempo pieno i nostri politici).
Allora basta dire “non ho capito” e si rompe l’incantesimo. Il venditore di fumo si deve spiegare. Se continua a vendere fumo, diventa palese la sua malafede. Spesso, a questo punto, preferisce darsi alla fuga.
Se invece non c’è malafede, si arriva al lodevole scopo di capirsi meglio, che non fa mai male.

Persuadetevene: "Non ho capito" non è una parolaccia!
Anzi, fa bene alla salute.
Usiamolo più spesso!!!

lunedì 29 settembre 2008

Libera stampa gratuita



L’inglese è pieno di parole polisemiche, ossia che hanno più significati diversi (questa l’ho imparata dal VdS ma non diteglielo, che si monta la testa!). E’ così che uno si ritrova con “free” che significa sia “libero” che “gratis”, con possibili interpretazioni anche molto distanti fra di loro.
Dalla rivista “Carta” scopro che 92 testate giornalistiche italiane distribuiscono una quantità di copie quasi uguale a quella di 5 testate di “free press”.
Stampa libera?
No. Stampa gratuita.
Sono le varie “City”, “Leggo”, “Metro”, che vengono regalate ad ogni angolo di strada.
Se consideriamo che sono comparse pochi anni fa, è un dato che dà da pensare. Oggi un italiano su due legge un quotidiano gratuito anziché comprarselo.
Ma la qualità non è la stessa! Non che voglia fare l’avvocato d’ufficio dei quotidiani in vendita, avrei molto da ridire anche su quelli, ma questa “free press” è terribile: il livello è infimo, le principali notizie sono di gente scippata, accoltellata, aggredita, insomma fatte apposta per diffondere allarmismo sul tema sicurezza (che nella scorsa campagna elettorale non a caso ha fatto la parte del leone), le altre notizie sono a metà strada fra lo “strano ma vero” della Settimana Enigmistica e le panzane raccontate da Voyager, e per finire è piena di pubblicità (che la rende gratis, ma non certo libera). Spesso, per fare volume, la stessa notizia è riscritta tre o quattro volte, in pagine diverse, con layout diversi (un box, un trafiletto, una notizia su tre colonne, una breve).

Sappiamo benissimo che in tema di giornalismo la “libertà” è un concetto quanto mai sfuggente. E’ libero un giornalista che presenta le notizie come gli viene richiesto dal suo direttore? E’ libero il giornalista di un organo di partito? O di una testata che è portavoce di poteri ed interessi ben definiti? Alla fine è una questione di opinioni…

L’oggettività alla base della deontologia professionale dei giornalisti è solo ipocrisia: non c’è modo di raccontare una notizia senza filtrarla attraverso il proprio punto di vista (o quello del proprio padrone). L’unica libertà che può avere un giornalista è di raccontare le notizie come gli pare, ma è una cosa estremamente rara. Per lo più la stampa è solo propaganda in mano a qualche potere economico o politico ben definito.

Per questo motivo è particolarmente aberrante l’uso di espressioni in inglese che saranno anche fighe ma si portano dietro delle ambiguità pericolose: scambiare per “libero” un giornale che viene pagato da pochi e regalato a molti è un errore madornale. Quando la roba è gratis, è sempre bene chiedersi perché! Vuol dire che c’è qualcuno che ha qualcosa da dire e che si può permettere di pagare al posto degli altri. In pubblicità funziona così, ma il costo lo ripagano i consumatori quando comprano la merce pubblicizzata. Nel caso della “free press” in che forma ci viene presentato il conto?

venerdì 26 settembre 2008

Bocciàti!




Uno ascolta i tiggì e sente:

E’ illegale se un insegnante minaccia di bocciare un allievo. Lo dice la cassazione!

Poi però ascolti il seguito e diventa:

E’ illegale se un insegnante minaccia ingiustamente di bocciare un allievo. La cassazione ha confermato la condanna per un professore che aveva minacciato una sua allieva.

Ancora ti sfugge qualcosa. Come mai queste minacce? E che significa “ingiustamente?
Allora vai ad informarti per bene e scopri che

La cassazione ha confermato una sentenza contro un insegnante che aveva minacciato un’allieva di bocciarla come ritorsione in seguito a scontri avuti con la madre della suddetta allieva.

Ma allora di che stiamo parlando?
Lo fate apposta?

Il problema non è se la cassazione chiarisce, il giorno dopo, con un comunicato, per far chiarezza di tutte le sciocchezze dette. No. Il problema è se i giornalivendoli decidono che fa più scoop una notizia falsa vagamente attinente ad un fatto di cronaca che non il fatto di cronaca in sé.

A chi gliene frega niente se un professore, che peraltro ha già avuto da ridire con la madre, dice alla figlia che la boccerà? Ma vuoi mettere invece se monti ad arte un bel fraintendimento e fai credere a tutti, insegnanti e studenti e famiglie degli studenti, che la prossima volta che un professore dirà “Stai attento Adinolfi, hai già due insufficienze, se non ti dai da fare ti boccio” potranno denunciarlo e pretendere un risarcimento? Grasso che cola!!! Ma falso.
Roba buona giusto per fare due commenti qualunquisti in metro mentre si va a lavorare… o per far lucrare qualche avvocato senza scrupoli…

E poi, fatemelo ripetere, che fa sempre bene: NON SIAMO IN AMERICA!
In Italia la legge funziona diversamente da tutti i film americani che ci beviamo ogni sera in tivvù, dove si va a ripescare un precedente del 1814 per scagionare un imputato due secoli dopo. Da noi il "precedente" non esiste. Due giudici possono emettere due sentenze contrapposte su due casi identici e non succede niente!
E soprattutto, la Cassazione non fa le leggi! La Cassazione dice solo se il processo si è svolto secondo le regole o no. Se sì, bene! Se no, si rifà tutto da capo. Ma non è mai la Cassazione ad emettere la sentenza sul caso in questione. Quindi basta con ‘sta storia “l’ha detto la Cassazione”.
Casomai “l’ha detto la sentenza di appello e la Cassazione l’ha confermato”.

Però fa molto meno scena così, eh?

venerdì 19 settembre 2008

Il primo è il primo…

il secondo non è nessuno!




Un paio di interventi fa (qui) abbiamo parlato di reCaptcha e di Gwap.
Sono due applicazioni che io trovo molto intriganti ma che mi suscitano una certa inquietudine perché condividono una caratteristica apparentemente innocua ma importante: entrambe funzionano solo in lingua inglese.

Qualcuno dirà: “E sticazzi!” (trad: “Sarebbe forse questo un problema, di grazia?”)
Sì. E’ un problema. E’ un problema vecchio che adesso, con internet, si aggrava.
Personalmente non è che mi faccia molti scrupoli a usare parole inglesi come computer, privacy, ecc. La considero una cosa normale in un mondo sempre più cosmopolita, in cui però si usano anche vocaboli di altre lingue, come croissant, sushi, taco, würstel, ecc. (mi sta venendo fame...)

Queste simpatiche iniziative della Carnegie Mellon University servono però a far funzionare meglio i motori di ricerca inglesi, ad indicizzare le immagini in inglese, a migliorare le scansioni dei testi in inglese e così via.
Loro fanno benissimo a sviluppare questo tipo di strumenti e penso che da questo possa trarre giovamento tutta l’umanità. Quello che manca, però, sono analoghe applicazioni per l’italiano, il francese, lo spagnolo, il tedesco, ecc.

Già oggi, quando cerco qualche informazione su internet è molto frequente che le risposte alle mie domande siano in inglese: recensioni, articoli, notizie... il materiale disponibile in lingua inglese è di più, più assortito, più completo. Provate per esempio a cercare lo stesso soggetto sulla Wikipedia italiana e su quella inglese: c’è un abisso. L’ho fatto spesso, sia per studio che per svago, ed ho visto che molto spesso le pagine italiane sono una brutta traduzione (monca) di quelle inglesi.
Se c’è uno scrittore poco conosciuto che è stato tradotto in poche lingue, l’inglese è sicuramente fra queste. Se volete un tutorial per fare qualcosa di non banale su un computer, lo troverete senz’altro in inglese. Se studiate su libri di testo scientifici universitari, quasi sicuramente sono versioni tradotte di testi in lingua inglese.
Insomma, di motivi per andare a ricascare sull’inglese ce ne sono tantissimi e, se i motori di ricerca e le acquisizioni dei testi verranno guidati da anglofoni, la situazione non potrà far altro che degenerare ulteriormente.

Il mondo si evolve sempre più velocemente. E’ sempre più frequente avere scambi (di merce o di pensiero) internazionali e quello che si prospetta all’orizzonte è un crescente monopolio della lingua inglese, basato anche sul supporto della tecnologia applicata dagli statunitensi. Google è diventato praticamente l’unico motore di ricerca di internet ed è un sito americano, non scordiamocelo! E non scordiamoci nemmeno che il suo potere cresce di più ogni giorno, che assorbe qualsiasi novità spunti sulla rete (quanto ci ha messo a comprarsi YouTube?) e che può condizionare il nostro modo di usare la rete in decine di modi diversi, che probabilmente non riusciremmo nemmeno a notare (vi ricordate delle polemiche sulle censure cinesi?).

[Non ditelo in giro, ma anche questo Blog è ospitato sui server di Google!]

Insomma, se non vogliamo che le nostre lingue madri finiscano per diventare un polveroso retaggio di archeologia in mano ai padroni di Google, sarà il caso di darsi una mossa, mandare qualche ricercatore a fare un bello stage alla Carnegie Mellon ed implementare al più presto strumenti analoghi per la lingua italiana (e francese, tedesca, ecc)… e magari implementare anche qualche motore di ricerca alternativo, giusto per avere la possibilità di scegliere…

Tanto per chiudere con un po’ di pathos, ho provato a cercare (su Google!) se ci fossero collegamenti fra la Carnegie Mellon e Google stesso. Ne ho trovati molti: professori della CMU che dirigono uffici di Google, sponsorizzazioni di Google per ricerche fatte alla CMU e così via.
Provate a digitare la chiave di ricerca “Carnegie Mellon Google” e vedrete da soli…
Così come vedrete questo fulgido esempio di amore e rispetto per la lingua italiana, in fondo alla pagina:

venerdì 12 settembre 2008

Aiuto, mi schiaptchano!

Di recente sono stato stimolato ad interessarmi di “captcha”.

Sapete che cos’è un captcha? Dalle mie prime esperienze avevo dedotto che si trattasse di una specie di parassita della rete, un piccolo bacarozzo alfanumerico contorto che vive in piccoli riquadri confusi e rumorosi e che infesta numerosi siti internet, in particolar modo i blog e qualsiasi altro sito richieda degli input manuali da parte dell’utente.

un esempio di captcha
In seguito, approfondendo le mie indagini, ho scoperto che “captcha” in realtà è una specie di acronimo (un po’ storpiato, all’americana) e che significa, più o meno letteralmente, “metodo automatico per distinguere gli umani dalle macchine”. Il sogno (o l’incubo?) di Philip Dick! Una razza di precursori (o epigoni?) dell’analizzatore Voight Kampff (dotati, fra l’altro, di un look decisamente meno inquietante).

Blade Runner
Quindi i bacarozzi di cui sopra sono solo UNA possibile realizzazione di captcha.
Un metodo completamente diverso può essere, per esempio, di porre domande “intelligenti” all’interlocutore. Domande a cui una macchina non saprebbe rispondere. Ti mostro una foto e ti chiedo “è un cane o un cavallo?”. Per ora i computer fanno ancora fatica a distinguere fra i due.

quale dei due?
Oppure ti mostro un puzzle grossolano di una foto di un personaggio famoso e ti chiedo di riconoscerlo.

cosa avrà voluto dire?
Tutte queste informazioni le ho trovate in parte sulla wikipedia ed in parte sul sito dedicato ai captcha della Carnegie Mellon University. Quest’ultima è anche promotrice di una simpatica iniziativa che sfrutta l’applicazione dei controlli antispam per migliorare le scansioni OCR di alcuni testi antichi o rovinati. Due piccioni con una fava! Si chiama reCaptcha e mi è già capitato di trovarla applicata qua e là sui siti della rete. Tenetela a mente perché ci ritorneremo sopra... (quando faccio così mi sembro Lucarelli!)

Sul sito captcha.net c’è un altro link che ha attirato il mio interesse. Si chiama Gwap e contiene “giochi captcha”. Dice il sito: “Gioca con dei giochi che i computer non possono giocare! Il nostro nuovo sito contiene molti giochi da cui non riuscirete a staccarvi e che aiutano i computer ad imparare a pensare in modo più simile agli umani. Voi giocate ed i computer diventano più intelligenti”.

Interpretandolo alla lettera, ci sarebbe da preoccuparsi! Viene subito in mente Hal 9000, il computer superintelligente di “Odissea nello spazio”, che si era evoluto a tal punto da desiderare di togliere di mezzo quegli imperfetti esseri umani che ancora pretendevano di comandare su Sua Perfezione.

Giro girotondo, io giro intorno al mondo...
O ancora, quel brillante raccontino di Fredrick Brown che si intitola “La risposta”, in cui al nuovo supercomputer galattico, appena acceso per la prima volta, viene posta la domanda fatidica: “Esiste Dio?”. Quello risponde “Sì, adesso Dio esiste!” e subito dopo stecchisce con un fulmine il tizio che si stava gettando sull’interruttore principale per spegnerlo.

Ma non è proprio il caso di preoccuparsi. I giochi di Gwap non servono affatto a far diventare intelligenti i computer. Servono invece a migliorare i motori di ricerca: mediante l’interazione con l’utente, vengono associate parole a contenuti mediatici non verbali (immagini e suoni). In questo modo un motore di ricerca può fornire risposte non verbali a ricerche verbali, cosa che al momento non gli riesce benissimo. Avete mai provato a cercare un’immagine con Google Immagini? Funziona piuttosto male.
Qualche tempo fa mi era stato segnalato Retrievr, un motore di ricerca grafico, in cui si DISEGNA quello che si sta cercando (oppure in alternativa si cerca un’immagine “simile” ad un’altra che viene indicata via link o upload). Idea fantastica, ma i risultati fanno un po’ pena. Forse il problema è che ricerca le immagini solo su Flickr e quindi il database è piuttosto limitato (sono solo immagini originali inserite dagli utenti) o forse è che proprio non ci capisce gran ché. Ho provato ad uploadare una mia foto e mi è uscito questo:

Questo mi somiglia???
Qualcuno dei miei amici sicuramente sarà d’accordo con l’associazione. Ma ce ne sono altre anche più improbabili. Per i più curiosi, le ho appoggiate su Imageshack.

Va detto però che coi colori è eccezionale: se volete delle immagini di cui non vi interessa il soggetto ma solo la resa cromatica, allora Retrievr è quello che fa per voi. Provare per credere...

Ma torniamo ai giochini di Gwap. In “ESP game” gli utenti, incentivati da un meccanismo “uno contro uno” a punti e a tempo (che li fa essere ancora più produttivi, ovviamente a gratis, alla faccia dei precari che lavorano nei call-center), associano delle parole alle immagini e quindi sarà poi possibile ricercare quelle immagini “descrivendole”, proprio come si cerca di fare adesso con Google, ma con risultati decisamente migliori.

“Tag a tune” funziona in modo simile ma per la musica: si danno descrizioni testuali di brani musicali. Idem con patate: forse un giorno riusciremo a scaricare un brano di musica digitando sul motore di ricerca “vorrei ascoltare qualcosa un po’ grunge, un po’ heavy, ma con un po’ di dolcezza triste alla Mark Lanegan e dei violini”.
O forse no!

Più inquietante invece “Matchin”, il gioco che cerca di capire quali immagini sono più “attraenti” per l’utente. Qui si va ad indagare i gusti personali… sembra quasi un test psicologico… però lo si fa in due e si totalizza un maggior punteggio se si fanno le stesse scelte… una specie di test automatico per la ricerca dell’anima gemella (non a caso, alla fine si apre pure una finestra di chat per comunicare con l’altro giocatore), oppure un omogeneizzatore di gusti, in cui i campioni sono coloro che riescono a fare le scelte più popolari del momento… una specie di sindrome di Zelig all’ennesima potenza!

Zelig
Ma io, in realtà volevo parlarvi di tutt’altro e cioè del fatto che... hemm... ma forse è meglio che ne parliamo un’altra volta. Per oggi mi sembra che possa bastare...


Nel prossimo intervento parleremo quindi di egemonia linguistica veicolata dalla rete. Non mancate!

giovedì 4 settembre 2008

Sei un bastardo. Vattene!

Prima di entrare nel vivo del mio intervento, prendetevi un attimo per riflettere sulla frase del titolo:
“Sei un bastardo. Vattene!”

Provate ad immaginarvi il tono con cui viene detta. Immaginate la situazione. Se avete voglia di giocare con me, prendete un foglio di carta e provate a descrivere brevemente la scenetta che avete immaginato: chi sono i protagonisti, qual è il contesto e, soprattutto, “cosa avrà voluto dire?” :)

Cosa avrà voluto dire?

Ne butto là qualcuna delle mie.

Ambrogio e Bernardo sono due adolescenti, liceali, compagni di classe. Ad Ambrogio piace una ragazza di un’altra classe, Cristina, ma è timido e la guarda da lontano senza avere il coraggio di farsi sotto. Bernardo scrive un biglietto a Cristina, firmato a nome di Ambrogio, chiedendole un appuntamento. Lei vuole accettare e va a dirlo ad Ambrogio che non ne sa niente e cade dalle nuvole. Alla figura di merda (che però strappa un sorriso a Cristina) segue dialogo chiarificatore fra i due amici:
B – (ridendo) L’ho fatto per il tuo bene! Sennò col cazzo che ti davi una mossa, bradipo!!!
A – (sorridendo a denti stretti, ancora rosso in viso per la vergogna) Sei un bastardo. Vattene!
Traduzione del pensiero di A con altre parole: “Sei un amico ma mi hai messo in un imbarazzo terribile, stronzo. Comunque ti voglio bene!”
Come B percepisce il pensiero di A: “Avrei voglia di prenderti a pugni ma ti ho già perdonato!”

Anselmo e Bertoldo sono due trentenni che si conoscono da una vita. Anselmo sta con Caterina, donna avvenente ed un po’ frivola, da un paio di anni. Anselmo sta meditando sulla possibilità di metter su famiglia con lei e lo confida a Bertoldo, il quale è contrario perché la reputa una persona inaffidabile. Per dimostrarlo (o forse perché è un po’ stronzo ed invidioso) inizia a corteggiarla segretamente ed infine la seduce. Poi racconta tutto all’amico:
B – (serio) Lo vedi? Di lei non potevi fidarti. L’ho fatto per il tuo bene!
A – (ancora più serio) Sei un bastardo. Vattene!
Traduzione del pensiero di A con altre parole: “Puoi accampare tutte le giustificazioni che ti pare, ma mi hai ferito profondamente. Esci dalla mia vita, sennò ti apro il cranio come una mela!”
Come B percepisce il pensiero di A: “Non capisco niente di quello che mi stai mostrando. Sono uno stupido, innamorato di una troia, ma preferisco mandare in culo te anziché lei”

Anna e Bartolomeo sono due adolescenti che stanno insieme. Lei è una convinta monogama ed è molto affezionata a lui, che invece la tradisce continuamente. Lui è un tipo piuttosto superficiale ed opportunista, usa Anna come “approdo sicuro” ma si guarda bene del rifiutare qualsiasi occasione che gli capiti per andare con qualcun’altra, anzi, spesso e volentieri la lascia da sola per uscire con gli amici e andare a rimorchiare. Ovviamente tutto questo è spesso fonte di discussioni fra i due:
B – (mieloso ma poco convincente) Ma dai, pulcino, lo sai che per me sei l’unica che conta veramente, però sono fatto così, non so trattenermi…
A – (in lacrime, mordendo il fazzoletto) Sei un bastardo. Vattene!
Traduzione del pensiero di A con altre parole: “Non ne posso più dei tuoi comportamenti, ma ti amo con tutto il cuore e vorrei tanto che cambiassi. Ti prego, pentiti e torna da me!”
Come B percepisce il pensiero di A: “Lo sai che puoi farmi quello che ti pare, tanto bastano due moine per riconquistarmi”


Ora, è evidente il motivo per cui non sono diventato uno scrittore: non ho idee interessanti e, se mi sforzo, riesco a malapena a rimasticare cliché stantii già visti fino alla noia nei polpettoni hollywoodiani di oltre un secolo. Ma sorvolando sulla facile ironia che possono provocare questi miei tentativi abbozzati di raccontare storie, è evidente che una stessa frase può essere detta con spirito molto diverso ed avere significati anche diametralmente opposti, non solo per via del diverso contesto, ma anche a causa dei diversi punti di vista delle persone coinvolte.

Se sul vostro foglietto avete delle variazioni sul tema diverse dalle mie, vi invito caldamente ad aggiungerle come commenti a questo post (oppure mandatemele per email, tanto mi conoscete bene tutti e tre, o incliti lettori del mio blog!). Penso che potrebbe essere una cosa divertente.


In conclusione, quanti significati diversi può avere una frase?

Su due piedi risponderei: (uno per ciascuna persona che la pronuncia) moltiplicato per (uno per ogni diversa occasione o contesto in cui viene pronunciata) moltiplicato per (una per ogni diverso ascoltatore a cui viene rivolta) moltiplicato per (altri aspetti che non mi vengono in mente adesso ma che certamente esistono)

In questa complessità c’è di che affogare. Non è umanamente possibile arrivare a tenere sempre in considerazione tutti questi aspetti. Eppure non è neanche giusto abbassare una saracinesca mentale sul problema ed autoconvincersi (campioni nell’esercizio del bispensiero) che ciò che diciamo ha il senso che intendiamo noi e nessun altro.

Non resta che armarsi di tonnellate di umiltà e di pazienza, di carriole di “non ho capito” e “spiegati meglio” e “ridimmelo con altri termini”, accettare di buon grado di spiegare tre volte ogni nostro concetto e sperare che in tutto questo sforzo da sordi mezzi rincoglioniti non ci vengano fuori due palle così! :)

Ammesso, ovviamente, che uno abbia intenzione di capirsi.
In caso contrario basta non fare niente e continuare così…

Orwell 1984

mercoledì 20 agosto 2008

La logica...

...non è di questo mondo.


Aristotele e Philip K. Dick


Ho letto "Le menzogne di Ulisse - L'avventura della logica da Parmenide ad Amartya Sen" di Piergiorgio Odifreddi. Un excursus sul pensiero di una quantità notevole di segaioli mentali nel corso di più di due millenni.

Personalmente ho un rapporto conflittuale con la filosofia: da un lato mi affascina (al punto che l'ho scelta come argomento di esame per l'orale della maturità) e dall'altro mi repelle.
Mi affascina perchè si pone interrogativi che condivido e cerca di speculare sull'intima natura delle cose. Mi repelle perchè nel corso dei secoli le risposte che sono state date dai filosofi sono state per l'80% delle sonore cazzate e per il restante 20% delle grandissime seghe mentali.

Questa mia personalissima opinione è stata ulteriormente rafforzata dalla lettura del volume di Odifreddi, a cui comunque sono grato per avermi fornito ulteriori argomenti di riflessione sul linguaggio ("la logica è lo studio del logos, vale a dire del pensiero e del linguaggio") e sul ruolo della logica nei confronti del resto dello scibile umano.

Il problema di fondo, ancora una volta, è legato al linguaggio.
Senza linguaggio non siamo capaci di esprimere concetti, pensieri, sentimenti, ragionamenti.
Senza linguaggio, secondo alcuni, non siamo neanche capaci di pensare: ciò che sfugge alle capacità del nostro linguaggio sfugge alla nostra comprensione. L'ineffabile è imponderabile.

La logica, secondo quanto afferma Odifreddi (e non ho motivo di dubitarne, visto che i miei ricordi della filosofia studiata al liceo sono ormai irrimediabilmente confusi), si prefigge proprio di analizzare il linguaggio per arrivare a stabilire se una affermazione possa essere vera o falsa e, di conseguenza, legittimare o invalidare il pensiero che con quella frase è stato enunciato.
Castelli di teorie, regole, strumenti di analisi, sono stati costruiti nel corso dei secoli per riuscire a stabilire se una certa affermazione possa essere considerata vera o falsa, ma tutti, temo, restano relegati ad ambiti circoscritti che poco hanno a che fare con la realtà della vita.

Cerco di spiegarmi con un esempio: un qualsiasi linguaggio di programmazione è costruito in modo tale da non avere ambiguità. Ogni riga di codice è, per sua natura, perfettamente comprensibile (all'elaboratore ed al programmatore) oppure "sintatticamente errata". A questo tipo di linguaggi si possono applicare perfettamente tutte le regole della logica che, in parte, ne sono anche fondamento: la logica di Boole, per esempio, che è alla base di qualsiasi processo decisionale (con gli operatori AND, OR, NOT e via dicendo), così come l'aritmetica binaria che è interpretabile anch'essa come un insieme di regole di logica (1=vero, 0=falso).

Il problema è che il linguaggio che usiamo tutti i giorni per esprimerci non ha affatto le stesse caratteristiche!

Da un lato dobbiamo fare i conti con la molteplicità di lingue del pianeta, alcune delle quali sono profondamente diverse nei loro meccanismi e nel loro modo di ridurre la realtà a parole e concetti, per cui a volte non è nemmeno possibile tradurre correttamente una frase da una lingua all'altra (prova ne siano i banalissimi giochi di parole, croce e delizia di ogni traduttore, che sono necessariamente diversi in ogni lingua, ma lo stesso vale anche per concetti evoluti, come discute lo stesso Odifreddi nel suo libro).

Dall'altro lato dobbiamo fare i conti con la molteplicità di "teste" che usano lo stesso linguaggio ognuna a modo suo. In altre parole: la lingua non è affatto uno strumento chiaro ed univoco (come i linguaggi di programmazione) ma dà adito a ciascuno di noi di attribuire significati diversi alle stesse parole. In prima analisi sembrerebbe di no: un tavolo è un tavolo e una sedia è una sedia. Che cosa ci potrà mai essere di così ambiguo?
Eppure basta poco per sconfinare nel terreno dell'opinabile, per esempio: che cosa vuol dire "onesto"? O "intelligente"? O "furbo"?

Appena il significato di una parola si associa ad un giudizio, immediatamente dobbiamo fare i conti con chi giudica e col suo sistema di valori ed opinioni che, ovviamente, non è affatto identico a quello degli altri. "Furbo", per esempio, nella definizione che ne dà il DeMauro, come aggettivo sembra avere significato positivo mentre come sostantivo è decisamente negativo. Eppure, per ciascuno di noi, è piuttosto facile pensare ad un "furbo" che giudichiamo positivamente e ad un "furbo" che giudichiamo negativamente. A questo punto, se diciamo a qualcuno "sei un furbo" non si sa più se gli stiamo facendo un complimento o se lo stiamo insultando. Dopodiché ci si mette di mezzo anche il suo, di sistema di giudizio, che potrebbe essere opposto al nostro: quindi lui potrebbe sentirsi offeso mentre noi intendiamo fargli un complimento, oppure lusingato mentre cerchiamo di offenderlo

E' un gran casino! Ed è questo è il vero dramma del pensiero e della comunicazione umani. Sì, perchè mentre la logica cerca di costruire un castello di teorie per poter stabilire se una certa frase sia vera o falsa, miliardi di esseri umani basano le loro vite su miliardi di punti di vista diversi ed usano migliaia di linguaggi diversi per esprimere concetti assolutamente opinabili.
E' possibile, come nel caso dei linguaggi di programmazione, creare un linguaggio logicamente perfetto. Però quel linguaggio si può applicare solo ad un "mondo" circoscritto, ridotto ed irreggimentato. Temo che non sia possibile ricondurre a quelle regole il "mondo" (reale, ma anche logico e mentale) in cui viviamo e quindi continueremo ad essere costretti a fare i conti con una realtà ambigua, conflittuale, caotica, in cui per esempio qualcuno continuerà ad essere convinto di andare a portare "pace" e "libertà" mentre sgancia bombe, uccide persone e distrugge intere civiltà. Oppure qualcun altro sosterrà di essere un benefattore che porta il benessere nei paesi più poveri, mentre va lì a sfruttare popolazioni disagiate che sono costrette ad accettare condizioni economiche vessatorie e vergognose.

Sono millenni che succede e probabilmente continuerà a succedere, non solo perchè a questo mondo esistono gli stronzi (ed è una realtà innegabile) ma anche perchè non siamo in grado di dimostrare oggettivamente chi sia stronzo e chi no...



L'immagine iniziale rappresenta Aristotele e Philip K. Dick.
Si dice del primo che fosse un grande pensatore e che tutta la nostra civiltà non sia che una rimasticazione di concetti esposti da lui e da Platone.
Il secondo, senza dubbio, è stato un autore estremamente sensibile all'ambiguità della nostra realtà. Raccontando di mondi alieni, di droghe, di allucinazioni e di esseri viventi artificiali ha messo a nudo la nostra incapacità di definire compiutamente il mondo che ci circonda, ma anche noi stessi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti.

martedì 29 luglio 2008

Chettelodicoaffare?

Volevo fare un intervento supercaustico contro coloro che godono del fare citazioni e poi le fanno sbagliate. Il concetto è valido, ma il caso specifico da cui ero partito mi si è liquefatto fra le mani mentre ci lavoravo su.
Avrei voluto intitolarlo "Il gusto per le citazioni sbagliate" ed il casus belli era la citazione del film "Donnie Brasco" in cui Joe Pistone (Johnny Depp) spiega ai colleghi il significato dell'espressione "Che te lo dico a fare?"

Se cercate questa frase su internet troverete varie versioni, praticamente identiche fra loro tranne che per un particolare: Raquel Welch si ritrova immancabilmente col nome storpiato.
Visto che ne sto parlando, e che mi piace un sacco, vi riporto la versione italiana corretta:

"Che te lo dico a fare?" significa... se tu sei d'accordo con qualcuno, uh? , gli fai: "Raquel Welch è un gran bel pezzo di fica, che te lo dico a fare?" Invece se non sei d'accordo che una Lincon è meglio di una Cadillac: "Che te lo dico a fare?", uh?, oppure, se una cosa secondo te è buona, ma tanto buona: "Minchia sti peperoni, che te lo dico a fare?" Ma può anche voler dire: "Và al diavolo!". Tipo... uno fa all'altro... "-Ehi, Bubbi dice che hai il cazzo piccolo. –Ehi, Bubbi che te lo dico a fare?"E a volte non significa niente... solamente...: "Che te lo dico a fare?"

Al posto di Raquel Welch si può trovare Rachel Walsh o Welsh, che sembra più che altro una traslitterazione fatta male. Subito mi si è smosso l'afflato polemico, ho ideato iperboli sarcastiche per sbeffeggiare i colpevoli di cotal misfatto... ma qualche giorno di pausa senza connessione internet mi ha dato modo di riflettere e riconsiderare la questione.
Il problema non è che coloro che citano Donnie Brasco storpino il nome di Raquel Welch. Il problema è che non sanno proprio chi sia!!! Il problema è che il film è uscito nel 1997 ed è stato visto da un sacco di giovani internettari citazionisti che non sanno niente degli anni '70 in cui è ambientato.

Raquel Welch è questa qua:




Come potete vedere, Joe Pistone (che sicuramente aveva visto da poco questo film, uscito nel 1966) aveva le sue buone ragioni per fare certe affermazioni! :)
Ed è ancora una bella signora, anche se con dei gusti discutibili per quanto riguarda l'abbigliamento:



Se siete curiosi, potete consultare l'IMDB con la filmografia completa. Scoprirete che ha fatto un sacco di film ed ha partecipato anche ad una versione de "I tre moschettieri" (quella con Michael York nei panni di D’Artagnan e Richard “uccello di rovo” Chamberlain che interpreta Aramis) che non potete non aver visto: la danno in TV tre volte al mese da vent'anni a questa parte!

Insomma, da questa bella storiella possiamo trarre più morali edificanti:
- Prima di sparare bile su qualcuno, pensaci su con calma. Magari viene fuori che quello "strambo" sei tu!
- Comunque, se hai il gusto per le citazioni, sarebbe il caso che ti documentassi per bene, specialmente quando hai a che fare con nomi e cognomi
- La Wikipedia non è la bibbia. Su Wikiquote ho provveduto io a correggere la citazione rendendo alla signorina Welch la gloria che le compete.
- Anche i traduttori hanno le loro colpe: non si capisce come mai "Paulie" (che è uno dei personaggi del film) sia stato tradotto con "Bubbi" (Buby? Bubbie? Boobbie?) che è inventato di sana pianta. Forse per una malsana filologia labiale...
- Tuttavia, contro il mare magnum di internet ogni sforzo è inutile: ci sono decine di bloggari, utenti di forum, gestori di siti personali, che hanno riportato la frase sbagliata in così tanti posti che nessuno riuscirà a correggere mai. Ormai il danno è fatto e ce lo teniamo così...


Chettelodicoaffare?

venerdì 25 luglio 2008

L'Accademia della Crusca (o Crvsca?)

Ho aggiunto il link all'emerita Accademia della Crusca, che non fa mai male.

Il sito non è strutturato benissimo, ma con un po' di pazienza si riesce a girarlo tutto.
Una volta aveva un forum, che però è stato chiuso ed è un vero peccato. Le discussioni comunque sono ancora on-line e quindi si può ancora cercare risposta ad eventuali domande che erano già state poste da qualcun altro.

Una sezione che consiglio a tutti, perché istruttiva ma anche estremamente divertente, è quella sul Vocabolario del Fiorentino Contemporaneo. Le numerose schede, raggruppate per categoria (soprattutto "mangiare e bere" e "difetti e qualità") raccolgono vocaboli di varia fama ma soprattutto delle gustose testimonianze raccolte "sul campo", intervistando gente che "il fiorentino" lo parla abitualmente. Se non siete fiorentini ma vi piace Roberto Benigni (magari quello cattivello di qualche tempo fa, non quello che ha visto la luce e s'è messo a salmodiare di com'era bella la Beatrice dell'Alighieri) provate a leggere queste schede immaginando che sia lui a parlare. Se siete fiorentini o avete frequentato Firenze non avete bisogno di sforzi di fantasia: di gente che parla così ne avrete conosciuta sicuramente... magari adesso saranno tutti un po' anziani, questo sì...

Ne riporto uno stralcio, per stuzzicarvi l'appetito. Si parla di finocchiona (e/o sbriciolona).
Non so perché, io la scena me l'immagino così: una ragazza giovane, studentessa universitaria, magari di buona famiglia, che non conosce il gergo del "popolino", che dialoga, impugnando un microfono ed un blocco note, con una coppia di anziani signori, marito e moglie, seduti su seggioline di paglia davanti all'uscio di casa:

"La finocchiona l’è bona, eh! Bah! E la sbriciolona, si chiama. (R: Cosa sono?) L’è affettato. L’è maiale… La un mi dirà mi(c)a un ha ma’ mangia(to) la finocchiona, lei! (R: Cosa c’è dentro?) Ch’e’ c’è? I’ maiale… Ma un è mia tutto maiale… "
"La si chiama in du’ maniere, la finocchiona e la sbriciolona (R: C’è differenza?) Su per giù l’è uguale… Solo la sbriciolona piace di più, che la si sbri… si chiama sbriciolona perché la si sbriciola, e l’è più gentile. Ma ‘nsomma l’è… sempre finocchiona. (R: Più gentile… Cioè come?) Più saporosa. Eh? Bah! Si dice: Mangere’ una fetta di sbriciolona."


Buon appetito!

domenica 6 luglio 2008

Un'immagine vale più di mille parole?

Vorrei sottoporvi un veloce quiz. Guardate questa immagine, presa da un manifesto, e cercate di interpretarne il significato.



Bottiglia di vino... flebo... cosa avrà voluto dire?
Secondo voi è un messaggio positivo o negativo?
E' più tipo "il vino fa male" o "il vino fa bene"?
I colori sono piuttosto scialbi e danno un effetto triste, malinconico, non positivo. Però la flebo normalmente contiene farmaci, cioè cose che "fanno bene", e la si usa per guarire. Quindi la bottiglia di vino in quella posizione potrebbe far pensare ad un uso medicamentoso del vino.
E’ tutto un po’ confuso…

Bene. Ora guardate il manifesto originale:

Clicca qui

E' una campagna dell'aprile 2007. Potete trovare maggiori informazioni (qui).
Il manifesto che ho fotografato sta ancora appeso su una parete dell'ospedale di Careggi e, siccome non riporta date, sembra sempre valido. D'altra parte iniziative come questa non si esauriscono per forza in un certo lasso di tempo.
Quello che non mi piace di questa campagna è il tono dimesso, sciatto, sia nel linguaggio verbale che in quello visivo. Sembra una cosa fatta tanto per fare, senza cura ed attenzione.

Guardando a lungo questa immagine (ero in una sala d'attesa e si trovava proprio di fronte a me) mi è venuto spontaneo riflettere su due questioni:
- l'immagine è efficace per veicolare il messaggio della campagna?
- e la campagna stessa, che senso ha?

Sul primo punto non credo affatto che il pubblicitario o creativo di turno abbia fatto un buon lavoro: per propagandare una battaglia contro l'alcol negli ospedali ha usato un riferimento visivo tipico (l'asta per le flebo) ma senza preoccuparsi del suo significato intrinseco, anzi, ribaltandolo completamente: sembra quasi che voglia dire "somministriamo vino a tutti in ospedale" anziché il contrario.
Per un attimo ho anche ipotizzato che il senso del messaggio si basasse su un effetto sgradevole e voluto: suscitare preoccupazione e ripulsa amalgamando due concetti contrapposti come bevande alcoliche e medicinali. Ma mi sembra un pensiero troppo evoluto per la qualità complessiva della campagna: se avessero avuto di queste finezze psicologiche, avrebbero dato un taglio molto diverso all'immagine, al manifesto ed allo slogan.

Sul secondo sono rimasto ancora più perplesso! Avevo sempre pensato che negli ospedali l'alcol si usasse come disinfettante e che prodotti più moderni ed efficaci l’avessero anche reso obsoleto. Invece scopro che c'è bisogno di una campagna specifica per "liberare" gli ospedali dalla piaga dell'alcolismo. Possibile? Io non ho mai visto nessuno bere alcolici in ospedale. Ho cercato di immaginare quali situazioni si potessero creare per indurre una tale preoccupazione: mogli in visita che imboscano fiaschi di Chianti in mezzo alla biancheria di ricambio per i mariti degenti, bande di ragazzotti armati di casse di birra che organizzano rave party nei corridoi, medici ed infermieri che si danno a festini alcolici per trascorrere in allegria le lunghe nottate di servizio...
Sinceramente faccio una gran fatica a crederlo.
Certo, l'alcolismo è un problema trasversale e potrà sicuramente aver coinvolto qualche paziente o qualche dipendente, ma non mi sembra che siano cose riconducibili all'ambito ospedaliero in sé. E allora perchè fare una campagna "Ospedali liberi da alcol"? Giusto perchè va di moda fare campagne e, magari, c'era qualche soldino da spendere?

lunedì 23 giugno 2008

Scarperian graffiti

Qualche settimana fa girellavo con la mia signora ed un paio di amici per quella amena cittadina toscana che risponde al nome di Scarperia e che, contraddicendo il detto "nomina sunt consequentia rerum", è specializzata nella produzione non di calzature ma di coltelli.

E' abbastanza strano girare per un paesotto della provincia toscana e vedere che un negozio su due è specializzato in lame di vario tipo: da quelle più tranquille per uso domestico a quelle più improbabili e stravaganti, che potrebbero far parte del corredo di un assaltatore o di un serial killer. Abbiamo visto addirittura una sciabola da sommelier, pensata per aprire le bottiglie di champagne mozzandone il collo con un colpo sicuro!

In questo contesto bucolico ho notato alcune scritte, sui muri del Palazzo dei Vicari, che ho sentito il bisogno di immortalare. Si sa che i giovani amano piegare il linguaggio ai loro scopi e, a volte, anche solo per il gusto di farlo o per sentirlo meno alieno. Qui però mi pare che si esageri un filino...


Dopo gli esempi anglofoni di 4 per for e U per you, anche in Italia abbiamo ormai imparato a convivere con k e x invadenti, tipiche del linguaggio degli SMS. 6 per "sei" ci può anche stare. "Seiete" invece mi sembra un po' pesante...

Quest'altro esempio invece è più che un refuso: direi piuttosto un inno alla sintesi!

A parte il fatto che "piccolo" non si accorda con "fava", ciò che più cattura la mia curiosità è quel "là" che probabilmente accorpa un sincopato "egli" (ripetizione del soggetto) con "ha" (voce del verbo avere, con l'acca e senza accento), come spesso accade nel toscano parlato. O forse invece è un ripensamento dell'artista, il quale, avendo cominciato con l'enunciare che "Pietro l'ha piccolo" ha poi pensato bene di esplicitare meglio il senso, indicando "che cosa" avesse di piccolo Pietro.

Ma la bellezza del verso va oltre l'ortografia.

domenica 15 giugno 2008

Parlare chiaro

Ringrazio Fabio per aver visitato il mio blog.
Si aggiudica, fra l'altro, la palma di "primo commentatore"! :)


Prendendo spunto dal suo commento ho sentito il bisogno di dilungarmi un po' sul concetto di "proprietà di linguaggio" a cui tengo molto, anzi moltissimo. Sto scrivendo un intervento che, però, mi sta sfuggendo di mano, acquistando dimensioni esagerate e coinvolgendo una quantità di temi che faccio fatica a tenere insieme.

Mentre cerco di aver ragione della mia stessa logorrea, butto là una chicca evocativa di come il linguaggio non sia fatto solo di parole ma anche di contesti.




Questo adorabile cartello dislessico si trova nella stazione di Firenze Campo di Marte ed è attaccato ad una colonna che sostiene una passerella pedonale sopraelevata (se ne intravedono alcuni scalini, sulla sinistra). Ovviamente non è ad essa che fa riferimento, ma al sottopassaggio pedonale della stazione il cui ingresso è pochi metri più avanti. Insomma, in realtà non ci sarebbe niente di veramente sbagliato in questo cartello: la freccia all'insù è comunemente usata per indicare "avanti" ed effettivamente il sottopassaggio è più avanti.
Ciononostante, la composizione verticale di scritta e freccia crea già di per sé un effetto straniante piuttosto divertente. La presenza della passerella sopraelevata, poi, dà il colpo di grazia semantico, facendo pensare che il "sotto" passaggio in realtà sia "sopra", proprio dove indica la freccia...


Insomma, prima di affiggere un cartello, guardate bene dov'è che lo state mettendo!

giovedì 29 maggio 2008

Negozi e lessico

Qualche mese fa sono andato a Roma e mi sono imbattuto in questa curiosa (almeno per me) insegna:


Il cartello grande recita "salsamenteria". Io, che sono fiorentino (e brontolone) ho subito pensato "Che nomi stravaganti che usano da queste parti! Chissà cos'è una salsamenteria... un negozio che vende salse alla menta? Ah, ah, ah!"

Insomma, facevo lo spiritoso (scarso) fra me e me, coltivando però nel frattempo un germoglio di curiosità sul significato esatto del termine. Eh già, perchè oltre che brontolone sono anche pedante e sono un accanito sostenitore dell'importanza fondamentale della proprietà di linguaggio. Mi diverte sfogliare il dizionario alla ricerca di parole sconosciute, mi stizzisco quando vedo o sento giornalisti, speaker e politici usare la lingua italiana come fosse uno straccio da pavimenti, correggo le frasi dei miei amici: un vero piantagrane!

Stavolta però sono rimasto fregato! Sul sito internet del dizionario DeMauro ho trovato la laconica definizione di salsamenteria: "regionale, toscano, salumeria". Ma come? Parto da Firenze con tutto il mio bagaglio di luoghi comuni linguistici ("lavare i panni in Arno" e "la vera lingua italiana è quella che si parla a Firenze" evvia evvia...) e mi tocca scoprire a Roma un termine tipicamente toscano che non ho mai sentito nominare in vita mia?!?!? Disfatta!

Devo però dire che la definizione non calza molto con le altre insegne più piccole che recitano "emporio" e "casalinghi"... quale sarà la soluzione dell'enigma? So che l'Accademia della Crusca si è espressa in merito, ma al momento non sono in grado di recuperare l'articolo...

Posti auto

Cominciamo con qualcosa di "soft".

Passeggiando per Torino ho notato questi curiosi aggeggi che ho prontamente immortalato col telefonino:

Sono dei supporti per parcheggiare le biciclette. Anche simpatici, direi.
La forma che rappresenta la silhouette di un'automobile mi ha suscitato pensieri ecologisti, accostando due realtà contrapposte: le automobili reali e queste "virtuali", nate per ospitare mezzi decisamente meno inquinanti.
Quindi, un oggetto utile, dalla forma simpatica e con una coscienza ecologica. Bellissimo!

Unico difetto: ha alloggiamenti per tre (tre!) biciclette.
Viva la bellezza del design, ma alla fine prediligo sempre la praticità: perchè sprecare spazio in questo modo se l'intento di chi ha messo lì questi cosi è di incentivare l'uso della bici al posto dell'auto? Una rastrelliera di quelle "vecchio stile" ne avrebbe ospitate il triplo. Però, si sa, quel sistema era poco sicuro. Allora un sistema meno antiquato: i classici "tuboni" piantati a terra, sarebbero stati comunque più efficienti e altrettanto sicuri di questo grazioso arredo urbano che finisce per sortire l'effetto inverso: uno dice "che carino" e poi prende comunque l'auto...