sabato 19 luglio 2008

Razionalità

Il discorso sarebbe più ampio e forse un giorno lo affronterò di petto, ma per ora mi accontento di giocare col telefonino e proporvi qualche scatto dalla stazione di Milano Centrale.

Questo è un cestino per i rifiuti:



Questo cestino per i rifiuti, in un’ottica di integrazione, sinergia e cooperazione, contiene anche un posacenere. Si trova sul bordo superiore del cestino ed è costituito da due grate su cui spegnere le sigarette e tre buchi attraverso cui buttare i mozziconi.


Ora, si sa che il design, l’ergonomia e l’efficacia non sempre vanno di pari passo, ma in questo caso si arriva alla contraddizione in termini, perché il posacenere è comunicante col cestino (lo si intravede nel secondo scatto). Nel posacenere ci vanno a finire i mozziconi, che è possibile che non siano stati spenti perfettamente. Il cestino, viceversa, contiene una busta di nylon facilmente infiammabile ed un mix di rifiuti prevalentemente cartacei. Direi che abbiamo confezionato una discreta bomba incendiaria: un viaggiatore getta la cicca senza spegnerla nel posacenere, una folata di vento la fa cadere nel cestino, et voilà “cestino flambé”!

Per fortuna i viaggiatori - che notoriamente mancano di senso civico, specialmente quelli che fumano - le sigarette le gettano a terra e così, inconsapevolmente, evitano di appiccare fuoco alla stazione. Ringraziamo il progettista del cestino per la sua lungimiranza, i servizi di stazione per la loro oculatezza ed i fumatori per non aver abboccato all’esca.

Giustamente, però, bisognava essere anche un po’ ridondanti. Quindi, accanto al cestino incriminato è stato installato anche un ulteriore posacenere.


Quest’ultimo si caratterizza per l’alto tasso di psicologia applicata: lo slogan “prendi di mira il posacenere”, infatti, si prefigge di stuzzicare l’istinto cacciatore inconscio del fumatore per far sì che finalmente getti i mozziconi in un luogo apposito, invece di foderare tipo moquette ogni superficie calpestabile e non (la sede ferroviaria in pietrisco ne è fulgido esempio).



E’ un espediente che richiama alla mente i deliziosi orinatoi con mosca serigrafata attira-schizzo! [Sì, ragazze, lo so che voi siete private della visione di un simile capolavoro, ma non sono riuscito a trovare neanche una foto su internet. La prossima volta che ne vedo uno, lo immortalo col cellulare, promesso!]

Peccato però (eh, sì, c’è sempre un “peccato però”) che l’iniziativa abbia un paio di difetti:
- innanzitutto l’immagine del posacenere/bersaglio sembra sporca anche quando non lo è: ritrae infatti un posacenere che contiene un mozzicone a mo’ di freccia (che non fa neanche centro!) e varie tracce di cenere che fanno un po’ schifo, perché sembrano vere
- inoltre trae in inganno i fumatori che, nonostante abbiano a disposizione un’ampia grata apposita, finiscono con lo spegnere le sigarette sull'immagine pubblicitaria (potenza del messaggio mediatico!!!). Questo porta, fra l’altro, ad aggiungere vera cenere a quella fotografata, aggravando la sensazione di schifo


Insomma, un’idea brillante, che fa il paio con quella del cestino incendiario. Complimenti!




Link:
Un commento critico su SpotAnatomy , dove potrete vedere anche l’immagine “pulita” (cioè, con il solo sporco fotografato) della campagna pubblicitaria

Il sito dell’agenzia Leo Burnett che, secondo quanto riportato da SpotAnatomy, è ideatrice della campagna. E’ un sito veramente molto figo! :)
Probabilmente la campagna sui posacenere l’hanno fatta fare al ragazzo delle pulizie…

martedì 15 luglio 2008

Fattore di scala

Harold e Maude
A quindici anni ero convinto che a trenta sarei morto.

Non era una cosa depressa o nichilista o autodistruttiva. Ero molto sereno quando ci pensavo. Ero soltanto convinto che i trentenni fossero “vecchi” (o forse sarebbe più corretto dire “adulti”, ma “vecchi” è la parola che usavo allora), assolutamente “diversi” da me e che io, semplicemente, non avrei mai potuto diventare così.
Quindi sarei morto prima.

Incapacità di pensare se stessi diversi da come si è.

E’ un problema di percezione, credo.
Percezione di noi stessi in relazione al cammino che stiamo percorrendo.
Appena nati non siamo in grado di comprendere altro che gli stimoli vitali elementari: la fame, il sonno, il dolore, il contatto col seno materno. Poi cresciamo, diventiamo bambini, ragazzi, ma siamo completamente assorbiti dall’imparare a vivere. Quando arriviamo all’adolescenza cominciamo a porci delle domande, a fare delle riflessioni, delle scelte… ma ci manca completamente il senso della prospettiva, la percezione del cambiamento, il senso del tempo che passa, del fatto che ci restano ancora da vivere magari altri cinquanta, sessant’anni, durante i quali attraverseremo una serie di fasi, in continua evoluzione, conservando il senso di identità ma mai veramente uguali a noi stessi.
Arriva un momento, prima o poi, in cui cominciamo a percepire i confini della stanza in cui ci muoviamo, in cui comprendiamo che il tempo non è infinito, che abbiamo poco margine per pianificare ed organizzare la nostra vita, anzi, ormai il più è fatto: gli studi che abbiamo intrapreso, il lavoro che abbiamo trovato, la famiglia che abbiamo messo su, sono tutte tappe fondamentali della nostra vita e sono già passate, consolidate, sistemate. Certo, ne restano ancora tante altre da affrontare, sul lavoro, in famiglia. Ma ci sentiamo un po’ come un ciclista al Giro d’Italia, che si è concentrato troppo nello sforzo di pedalare e che si accorge solo a due terzi della tappa che ha già superato il Gran Premio della Montagna, senza neanche sapere quale fosse la sua posizione in classifica in quel momento.

Percezione.

Poi, un bel giorno i trenta arrivano.
Con un brividino lungo la schiena ho affrontato il giorno del mio compleanno, diverso da com’ero quindici anni prima, ma sentendomi comunque sempre me stesso e quindi portandomi dietro lo strascico di quelle convinzioni così assolute che avevo allora.
Non ci credevo più, ma c’è voluto comunque qualche giorno a tranquillizzarmi del tutto, a convincermi che no, non mi sarei smaterializzato d’un colpo e non mi sarebbe venuto un infarto e non sarei stato travolto da un’auto. Niente di tutto ciò. Avevo trent’anni, non mi sentivo affatto “vecchio” (un po’ più “adulto”, questo sì), non ero morto e, toccando ferro, non lo sarei stato ancora per un po’ di tempo, magari un’altra trentina d’anni o più.


Forse bisognerebbe cominciare fin da piccoli a familiarizzare col senso della prospettiva. Non dico di maturare anzitempo, per carità, ma anche solo percepire vagamente che stiamo percorrendo un cammino di cui, all'incirca, possiamo prevedere la durata (non i trent'anni che pensavo io da giovane, ma molti di più), in modo da non avere quella falsa sensazione di eterna giovinezza che poi, puntualmente, finisce con una doccia fredda nel momento in cui ci ritroviamo, con i primi capelli bianchi e la pancetta che incalza, a non capire come abbiamo fatto ad invecchiare mentre ci sentivamo ancora dei pischelli.


Anche perchè fare i pischelli a quarant'anni è molto più divertente (ed anche dignitoso) se se ne ha piena consapevolezza e lo si fa con un po' di autoronia! ;)

lunedì 14 luglio 2008

Traffico 04: la via guidata


Ogni giorno d'ogni mese d'ogni anno in tutto il mondo esseri umani fallaci e vulnerabili guidano milioni (miliardi?) di veicoli di ogni tipo: dalla bicicletta al TIR, dal pattìno al transatlantico, dal deltaplano al jet supersonico. Esistono ausili tecnologici che di solito vengono utilizzati per i mezzi più costosi, difficili da manovrare, pericolosi. Aerei, grandi navi, treni superveloci sarebbero impossibili da guidare senza una serie di controlli automatici, servomeccanismi, telecontrolli.
Esistono anche rarissimi casi di veicoli che non hanno conducente. Per quanto ne so io, a parte i numerosi prototipi su cui trovate un gustoso link a fondo pagina, si tratta di qualche treno superveloce e alcune metropolitane.

E' evidente che la storia dei trasporti si è sembre basata sulla responsabilità umana alla guida, a cominciare dall'anitichità, con i primi cavalli e carri, per arrivare fino ai giorni nostri. Ma questo non significa che debba essere per forza così. Secondo me l'ideale sarebbe di non doversi affatto preoccupare della guida, cosa che ci risparmierebbe notevole stress e che ci consentirebbe di utilizzare diversamente il tempo che dedichiamo agli spostamenti. Per chi prende i mezzi pubblici è già così, ma sappiamo bene che i mezzi pubblici sono spesso scomodi, affollati, poco efficienti. Migliorare il servizio pubblico potrebbe rappresentare una svolta significativa e, negli ultimi anni, una certa sensibilità ambientale (vera o strumentale che sia, non mi interessa) sta facendo grandi pressioni per il rilancio del trasporto pubblico in alternativa a quello privato. Ben venga!

Niente però può togliermi dalla testa il mio sogno fantastico di un mezzo privato che si guida da solo: salire sulla mia auto (in cui sono io a stabilire il livello di pulizia e comfort che fa per me), caricare i miei bagagli nel mio bagagliaio, uscire dal cortile di casa e... agganciarmi ad un sistema automatico che mi faccia arrivare a destinazione senza rompermi le scatole con gli altri automobilisti isterici o anche solo semplicemente con il dover tenere l'auto in carreggiata o evitare gli ostacoli.

Eh già... "tenere l'auto in carreggiata"... sembra una sciocchezza ma non lo è. Provate a pensare a quanti casi avete visto o vissuto personalmente di auto che sfregano la carrozzeria contro muretti o guard-rail, di tamponamenti o incidenti agli incroci, di auto che escono di strada, magari perchè sono finite con una ruota su un cordolo oppure appena fuori dalla fine dell'asfalto. Se ci riflettete un attimo vedrete che sono casi molto frequenti, a volte con danni limitati ma in certi casi anche mortali. Per non parlare poi del problema di "evitare gli ostacoli", che spesso significa evitare gli altri veicoli.
A me a volte succede, percorrendo una curva a 120 km/h in autostrada, magari su un viadotto, di chiedermi: "e se adesso mi scoppiasse una gomma"? Volerei di sotto con tutta l'auto ed i suoi passeggeri.
Sono solo paranoie? Non credo. Ma il problema è ancora più grave di così: perchè l'auto in traiettoria ce la tengo io, con le mie manine sante tenute sul volante. E quanti diversi motivi si possono immaginare perchè io, ad un tratto, debba togliere le mani dal volante? Un'infinità! Un colpo di sonno, un malore, una vespa che entra dal finestrino e mi punge, la sigaretta che sto fumando che mi cade sul sedile, un bambino o un animale domestico che vaga per l'abitacolo e va dove non dovrebbe, un accesso d'ira durante una discussione animata, una luce che mi abbaglia e così via... A volte la morte è distante solo due centimetri di sterzo e quei due centimetri stanno in mano ad un guidatore che è tutt'altro che una macchina perfetta ed infallibile.

La responsabilità umana alla guida è sicuramente la principale causa di incidenti, danni e vittime sulle strade. Quindi, perchè non pensare a risolvere questo problema? Senza voler per forza rivoluzionare il mondo dei trasporti, ma cominciando con qualcosa di concreto, magari circoscritto, ma efficace.
Per esempio: è molto molto difficile che un treno "esca di strada", ossia che deragli. Facciamo una proporzione fra quante auto escono di strada e quanti treni deragliano e vedremo una differenza sostanziale. Questo perchè il treno segue le sue rotaie e non ha la possibilità di sterzare autonomamente.
E' chiaro che questa condizione non è applicabile alle auto private, per lo meno non dappertutto, ma la si potrebbe facilmente realizzare in ambiti circoscritti come, per esempio, le autostrade. Un sistema di controllo della guida che si attiva quando si supera il casello, che segue automaticamente il tracciato stradale, che mantiene l'auto alla massima velocità consentita dal codice e che si occupa anche dei sorpassi. Uno arriva in autostrada con la sua Fiat Multipla (sì, lo so, è un'auto bruttissima, ma c'è il suo perchè), "aggancia" il sistema di controllo automatico, gira il sedile indietro (ecco il perchè della Multipla) e si gode il viaggio nel suo salottino, dove può fare conversazione in completo relax, leggersi un libro, giocare coi bimbi, farsi i fatti suoi come gli pare finchè non arriva al casello di uscita.
Dotazione necessaria: un sistema a cambio automatico con cruise control (nel nord america è LO standard di riferimento), un sistema di via guidata come già ne esistono per le tramvie con un binarietto centrale che fa da guida, un computerino che valuti la posizione degli altri veicoli e decida quando effettuare un sorpasso.

Tornate con la mente all'ultima volta che avete sorpassato un TIR in autostrada: la carreggiata che sembra troppo stretta per passarci tutti, il TIR che ondeggia a destra e sinistra, la curva che arriva immancabilmente proprio a metà sorpasso e sembra restringere ulteriormente la corsia. Con un sistema guidato il TIR starebbe fermo al posto suo, la corsia sarebbe sicuramente sufficiente ed il conducente non si accorgerebbe nemmeno del fatto di aver superato qualcuno.
I conducenti dei TIR potrebbero farsi un riposino e migliorare il loro ruolino di marcia. I genitori potrebbero giocare coi figli. Gli amanti potrebbero risparmiare la tariffa del motel e magari approfittare dell’effetto afrodisiaco di qualche scossone in più! ;)

Con qualche sforzo ulteriore si potrebbe applicare lo stesso meccanismo anche ai centri cittadini, magari integrandolo con un navigatore satellitare efficiente, per risolvere una buona percentuale dei problemi del traffico (per lo meno la parte dovuta agli automobilisti stressati che guidano in modo irrazionale).

Non sarebbe un mondo migliore?




Se vi interessano i sistemi a via guidata già realizzati ed operativi, vi consiglio questo link con annessa tesina PDF:
http://ingegneria.tesionline.it/ingegneria/articolo.jsp?id=359

Per un articolo sugli incidenti stradali dai contenuti ovvi, ma che confermano quanto ho detto sopra, leggete qui.


Per constatare che non sono il solo pazzo visionario che si fa di questi trip mentali, vi consiglio anche altri siti interessanti:

- VISLAB, il laboratorio di visione artificiale e sistemi intelligenti dell'Università di Parma, che da anni effettua esperimenti su veicoli a guida autonoma.

- ARGO, un prototipo sviluppato dal VISLAB nel 1997 (più di dieci anni fa!!!) di auto che "vede" la strada e guida da sola. Ovviamente non era perfetto, ma dimostrava con i fatti che non si trattava di fole da visionari (come diceva un vecchio spot: "noi siamo scienza, non fantascienza!")

- DARPA, Agenzia statunitense per i progetti di ricerca avanzata per la difesa (militare). Sulla wikipedia potete trovare qualche breve nota illustrativa, mentre sul loro sito potete vedere i report delle gare che organizzano periodicamente. Sono competizioni riservate a soli veicoli a guida autonoma. Hanno cominciato con la guida fuoristrada, in qualche deserto sperduto dove non potevano fare danni ;) e adesso addirittura ci provano in ambito urbano.

Fatevi un giro anche sulle passate edizioni e guardate i team ed i veicoli. C'è di tutto, anche a due ruote!!! La maggior parte dei team ha anche un proprio sito e si possono trovare immagini e filmati. Alcuni sono veramente divertenti, specialmente quando i veicoli perdono la bussola! ;)

E’ un concetto abbastanza diverso dal mio: qui si parla di veicoli che "vedono" ed "interpretano" la strada da soli, quindi senza alcun ausilio ambientale. Ciò significa che questi veicoli possono viaggiare da soli (teoricamente) in qualsiasi contesto. Questo però comporta grosse risorse applicate al veicolo e quindi grandi esborsi per le tasche del proprietario.
Viceversa, con un sistema guidato si potrebbero ottenere risultati più circoscritti (solo dove sono state installate le infrastrutture necessarie) ma ugualmente validi, utilizzando i fondi della collettività per realizzare delle opere che poi sarebbero utili a tutti, guidatori e non guidatori (ciclisti, pedoni, utenti dei mezzi pubblici) e con dei costi che credo sarebbero decisamente più contenuti.

domenica 6 luglio 2008

Un'immagine vale più di mille parole?

Vorrei sottoporvi un veloce quiz. Guardate questa immagine, presa da un manifesto, e cercate di interpretarne il significato.



Bottiglia di vino... flebo... cosa avrà voluto dire?
Secondo voi è un messaggio positivo o negativo?
E' più tipo "il vino fa male" o "il vino fa bene"?
I colori sono piuttosto scialbi e danno un effetto triste, malinconico, non positivo. Però la flebo normalmente contiene farmaci, cioè cose che "fanno bene", e la si usa per guarire. Quindi la bottiglia di vino in quella posizione potrebbe far pensare ad un uso medicamentoso del vino.
E’ tutto un po’ confuso…

Bene. Ora guardate il manifesto originale:

Clicca qui

E' una campagna dell'aprile 2007. Potete trovare maggiori informazioni (qui).
Il manifesto che ho fotografato sta ancora appeso su una parete dell'ospedale di Careggi e, siccome non riporta date, sembra sempre valido. D'altra parte iniziative come questa non si esauriscono per forza in un certo lasso di tempo.
Quello che non mi piace di questa campagna è il tono dimesso, sciatto, sia nel linguaggio verbale che in quello visivo. Sembra una cosa fatta tanto per fare, senza cura ed attenzione.

Guardando a lungo questa immagine (ero in una sala d'attesa e si trovava proprio di fronte a me) mi è venuto spontaneo riflettere su due questioni:
- l'immagine è efficace per veicolare il messaggio della campagna?
- e la campagna stessa, che senso ha?

Sul primo punto non credo affatto che il pubblicitario o creativo di turno abbia fatto un buon lavoro: per propagandare una battaglia contro l'alcol negli ospedali ha usato un riferimento visivo tipico (l'asta per le flebo) ma senza preoccuparsi del suo significato intrinseco, anzi, ribaltandolo completamente: sembra quasi che voglia dire "somministriamo vino a tutti in ospedale" anziché il contrario.
Per un attimo ho anche ipotizzato che il senso del messaggio si basasse su un effetto sgradevole e voluto: suscitare preoccupazione e ripulsa amalgamando due concetti contrapposti come bevande alcoliche e medicinali. Ma mi sembra un pensiero troppo evoluto per la qualità complessiva della campagna: se avessero avuto di queste finezze psicologiche, avrebbero dato un taglio molto diverso all'immagine, al manifesto ed allo slogan.

Sul secondo sono rimasto ancora più perplesso! Avevo sempre pensato che negli ospedali l'alcol si usasse come disinfettante e che prodotti più moderni ed efficaci l’avessero anche reso obsoleto. Invece scopro che c'è bisogno di una campagna specifica per "liberare" gli ospedali dalla piaga dell'alcolismo. Possibile? Io non ho mai visto nessuno bere alcolici in ospedale. Ho cercato di immaginare quali situazioni si potessero creare per indurre una tale preoccupazione: mogli in visita che imboscano fiaschi di Chianti in mezzo alla biancheria di ricambio per i mariti degenti, bande di ragazzotti armati di casse di birra che organizzano rave party nei corridoi, medici ed infermieri che si danno a festini alcolici per trascorrere in allegria le lunghe nottate di servizio...
Sinceramente faccio una gran fatica a crederlo.
Certo, l'alcolismo è un problema trasversale e potrà sicuramente aver coinvolto qualche paziente o qualche dipendente, ma non mi sembra che siano cose riconducibili all'ambito ospedaliero in sé. E allora perchè fare una campagna "Ospedali liberi da alcol"? Giusto perchè va di moda fare campagne e, magari, c'era qualche soldino da spendere?

martedì 1 luglio 2008

Traffico 03: il cautomobilista

Il cautomobilista è uno strano animale.

Il cautomobilista si compra un'auto proporzionata alle sue necessità. Compra l'utilitaria se deve andare in città, la station wagon se ha una famiglia numerosa, il SUV se abita in campagna e percorre strade accidentate.
Il cautomobilista prende l'auto quando è necessario. Non la usa per fare i trecento metri che lo separano dal giornalaio. Non pretende di arrivare con tutta l'auto fin dentro la sua destinazione finale, ufficio, negozio, scuola o palestra che sia. Non pretende di guidare fin sotto i monumenti del centro storico e non si arrabbia se si sente dire che il suo mezzo, nato per arrampicarsi sulle mulattiere, non è adatto ai vicoli del centro lastricati di sampietrini.
Il cautomobilista è una persona concreta, e quando compra un'auto non bada alle prestazioni da Formula 1 o alle finiture dal Grand Hotel 5 stelle, ma cerca un mezzo che lo faccia risparmiare sia come acquisto che come costi di gestione, senza inutili optional alla moda.
Il cautomobilista sa che a volte il GPS può essere utile, ma quello schermo attaccato al parabrezza gli dà fastidio perchè ingombra il campo visivo e distrae dalla guida. Inoltre resta comunque affezionato alle care vecchie cartine, che consulta ancor prima di partire, quando sa che deve andare in luoghi che non conosce.
Il cautomobilista non fuma mentre guida, perchè non si sa mai... "dovesse cadermi per sbaglio la cicca..." e comunque non fuma in macchina, perchè è vero che l'auto è sua, ma non ci viaggia mica sempre solo lui! E' un ambiente piccolo e chiuso ed il puzzo di fumo può risultare più fastidioso che altrove. Di conseguenza, il cautomobilista non ha bisogno di usare deodoranti motorizzati con diffusori spaziali o "arbre magicche al mengo" di sorta, che di solito puzzano più degli odori che cercano di coprire.
Il cautomobilista non usa il cellulare mentre guida, e non solo perchè è vietato dalla legge ma perchè ritiene che sia una cosa pericolosa e che distrae. Figuriamoci poi cercare i brani sull'i-pod o scrivere SMS. E anche se è fermo in coda in mezzo al traffico, è convinto che non sia il posto ideale per leggere il giornale o guardarsi un film sulla playstation. Il cautomobilista preferisce auto con i controlli dello stereo sul volante e tende a non cambiare il CD mentre guida, specialmente se per farlo è costretto a rovistare nell'apposita valigetta nascosta sotto il sedile del passeggero.

Il cautomobilista non aspetta l'ultimo momento per partire. Valuta in anticipo i tempi di percorrenza e si prende anche un po' di margine di sicurezza. Per questo tende a non avere fretta quando guida, perché sa di non essere in ritardo.
Il cautomobilista non smania. Per lui i semafori non sono ostacoli ostili, ma strumenti che servono a coordinare il traffico. Altrettanto vale per le rotonde (anche se ultimamente qualche amministratore tende ad eccedere nel loro utilizzo). Il cautomobilista non serba rancore verso l'assessore al traffico, ma cerca di usare i suoi normali diritti civili per fare delle scelte, quando può. D'altra parte un assessore è pur sempre un essere umano, di solito non molto preparato nel suo mestiere e comunque può sempre commettere degli errori. In ogni caso, mentre ci si trova imbottigliati nel traffico, pensare agli assessori non porta a niente di utile.
Il cautomobilista non si inalbera per i limiti di velocità troppo restrittivi, perchè sa bene di non essere un pilota da corsa ma un semplice cittadino che si sposta per necessità e anche perchè sa che fermare un'auto che va a 80 km/h è ben diverso che fermarne una che va a 50.
Il cautomobilista ha una pazienza infinita, e quando trova qualche conducente maleducato, arrabbiato, smanioso, che cerca in tutti i modi di infilarsi davanti a lui per guadagnare anche solo due centimetri di asfalto, lui lo guarda con compassione, lo lascia passare, tira un sospiro e cerca di non pensarci più.
Il cautomobilista ha un occhio di riguardo per i pedoni, specialmente se sono così civili da attraversare sulle strisce pedonali, perchè il cautomobilista sa cosa si prova ad essere pedoni e cercare di attraversare una strada trafficata. Allo stesso modo ha riguardo per i ciclisti, anche quando non sono abbastanza civili da percorrere le piste ciclabili, perchè anche lui a volte usa la bicicletta e sa che le piste ciclabili sembrano disegnate apposta per far dispetto a chi dovrebbe usarle.
Il cautomobilista ha un animo gentile e tende a lasciar passare gli altri, agevolandoli se può, senza lamentarsi, anzi sorridendo.
Il cautomobilista non parcheggia in modi estrosi, cerca sempre di posizionarsi correttamente negli appositi spazi, senza restare a cavallo delle linee o occupare più posto di quello che gli compete. Cerca sempre di lasciare spazio per la manovra su entrambi i lati, per gli altri automobilisti che dovranno parcheggiare vicino a lui. Non usa il fuoristrada per parcheggiare sui marciapiedi. Non ingombra le strisce pedonali e non parcheggia sugli angoli degli incroci.

Il cautomobilista ha sempre con sé in auto un set di attrezzi, lampadine e fusibili di ricambio, l'apposito giubbottino fluorescente, una bottiglia d'acqua e delle salviette umidificate. L'atlante stradale di solito lo porta solo quando serve, ma un "TuttoCittà" è sempre disponibile nel cassetto del cruscotto.
Il cautomobilista ha cura della sua auto, ma senza strafare. Controlla periodicamente i livelli, verifica l'efficienza delle lampadine, la pressione degli pneumatici. Ama che i tergicristalli funzionino a dovere, senza lasciare strisce o aloni. Lava l'auto quando può, senza farne una malattia. Di solito non usa cere speciali che garantiscono CX spaziali, idrorepellenti, termocontrollanti, invisibili ai radar.
Il cautomobilista non installa dispositivi appositi per identificare gli autovelox e, soprattutto, non lascia CD sul lunotto posteriore, che tanto non servono a niente. Non ha spruzzato di lacca la targa. Non usa appendere corni portafortuna allo specchietto retrovisore.
Il cautomobilista ha sempre l'assicurazione in regola.


Il cautomobilista è un animale mitologico.
Ogni tanto qualcuno afferma di averne visto uno in compagnia di un unicorno e di un'araba fenice, ma sappiamo che è falso perchè nemmeno Voyager ne parla mai...